Nel febbraio del 1985, durante una riunione con i miei istruttori e collaboratori della Scuola Sommozzatori di  Catania, avanzai l’idea di preparare una nostra istruttrice, Katia Franzeri, per fissare il nuovo record mondiale  femminile di immersione con A.R.A. Fu un lavoro nuovo, perché non vi erano pubblicazioni specialistiche che  spiegassero come scendere alla profondità estrema prevista solo teoricamente dalla Tabelle U.S. NAVY, cioè fino a - 92. Accompagnai Katia fino a -92 il 14 luglio 1985, consentendole di fissare il nuovo record mondiale femminile di  immersione con A.R.A.. Ma lo spirito dell’avventura, il desiderio di vedere oltre le Colonne d’Ercole, ci infiammò e decidemmo di ripetere l’esperienza. Come nell’anno precedente, ci affidano alle cure del Dott. Michele Gulizia  (l'allora giovanissimo medico della Scuola Sommozzatori di Catania, oggi Primario del reparto di Cardiologia  dell’ospedale Garibaldi Nesima di Catania) e, nel marzo del 1986, iniziammo la nostra preparazione atletica che  prevedeva: * tre mattine la settimana corsa (alla fine percorrevamo 6 km in meno di 30’) per migliorare la nostra  capacità di sfruttamento dell’ossigeno durante la respirazione; * due sere la settimana 50 vasche di nuoto con le  pinne, per migliorare la resa muscolare dei distretti interessati ai movimenti subacquei; * due sere la settimana  palestra, per potenziare globalmente la resistenza allo sforzo; * due immersioni la settimana ad iniziare da -60 fino a  -115 (profondità che raggiungemmo in allenamento il 15 luglio 1986). La dieta alimentare, che superava le 5000  calorie giornaliere, fu concertata dal dietologo per consolidare i muscoli pur senza ingrassare. Michele, collaborato da sette specialisti, ci sottoponeva quindicinalmente ai seguenti esami: * visita cardiologica; * esame ECG nelle 12 derivazioni  convenzionali; * prova da sforzo al cicloergometro; * ecografia Doppler mono e bidimensionale, per la valutazione  delle cavità cardiache e della presenza di microbolle circolanti a sei, dodici, ventiquattro, trentasei ore  dall’emersione, associato a Doppler vascolare periferico; * esame Holter dinamico delle 24 ore; * valutazione  funzionale ventilo-respiratoria ergospirometria per il calcolo dei consumi di O2 e della produzione di CO2; *  spirometria; * valutazione otorinolaringoiatrica con prove di funzionalità cocleare e vestibolare audiogramma ed  esame impedenziometrico; * valutazione clinico-neurologica associata ad EEG basale e sotto stimolazione; * prove  di ritenzione della memoria recente per l’analisi di eventuale ipossia cerebrale, mediante test che erano eseguiti in  secco prima dell’immersione di allenamento, alle varie profondità raggiunte, durante le decompressioni a –9, e  subito dopo l'emersione; * valutazione clinico-oculistica con esame completo del visus e del fundus oculare; *  valutazione di tutti i parametri bioumorali necessari per la ricerca di eventuale rilasciamento di isoenzima CPK-MB  prima, durante e dopo l’immersione, dopo la somministrazione di molecole farmacologiche metabolicamente attive,  quali la Levo-Carnitina, per ridurre le aritmie cardiache durante l’allenamento. L’Ing. Giovanni Saitta riversò nel  proprio computer tutta la tabella US NAVY e, costatato che i calcoli si sviluppavano su una curva logaritmica, creò  le tappe da -92 (massima profondità prevista nelle pubblicazioni US NAVY) fino a -120. L’Arch. Marcello Maugeri  pianificò la copertura logistica per le immersioni di allenamento e per quella finale di record. Così arrivò il 20 luglio  1986. Emozione, desiderio di incontrare nuovamente il Mare, attesa di vedere oltre i limiti raggiunti l’anno  precedente, aspettativa di “sperimentare” sulla nostra pelle l'incognita della nuova avventura. Le motovedette della capitaneria di Porto di Catania, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza ci accompagnarono due miglia al largo  di S. Maria La Scala (Acireale) su un fondale di oltre 150 metri, mentre Katia Franzeri, Frank Cattaneo della Volta  ed io ci preparavamo per l’immersione. Eravamo scortati da cento imbarcazioni gremite di pubblico, giornalisti,  fotografi e operatori televisivi. Mentre si filava il cavo precedentemente misurato dai consulenti tecnici della Corte  d'Appello di Catania, sul quale erano stati fissati i cartellini ai metri 107, 108, 109 e 110, Michele Gulizia eseguì gli  ultimi controlli medici. Eccoci in acqua; si fermano i motori di tutte le imbarcazioni. Ci immergiamo: per primo  Frank, poi Katia, per ultimo io. Silenzio e blu intorno a noi; guardo costantemente Katia negli occhi, mentre la sua  emozione si trasformava in tranquillità a mano a mano che ci lasciavamo le decine di metri sopra la testa.  Trascorrono i minuti. 100 metri. Sempre più buio. Accendiamo le lampade per seguire il cavo. Ecco l’ultimo  cartellino, 110. Katia lo afferra e lo punzona con la pinza fornita dai consulenti tecnici. Ci abbracciamo tutti e tre e,  con il sorriso sulle labbra, torniamo verso la superficie, vivendo la sensazione di pienezza e di amore per il mondo  liquido al quale ci siamo fusi per un tempo indefinibile e dolce. Ci aspetta una lunga decompressione in ossigeno e  aria (5 minuti a -9, 9 minuti a -6, 26 minuti a -3), ma anche il piacere di stringere al petto tutti gli uomini della  Scuola Sommozzatori di Catania che ci hanno aiutato fino a questo momento magico, e ci hanno atteso trepidanti  per sentire dalla nostra voce il racconto dell’abbraccio più profondo con il Mare. Eugenio Caccetta