Amici miei, Turi, Santo, Valerio, Giuseppe, Marco, Marcella ed io siamo andati a Cuba, la splendida,  caliente isola del Caribe e adesso siamo innamorati di quell'incantevole pezzo di Eden. Il  villaggio Maria la Gorda è un angolo sereno in un fitto boschetto di palme da cocco alla fine  della strada che porta all'estremità settentrionale dell'isola; casette (noi tutti siamo rimasti  insieme distribuiti in cinque ministanzette) con armadi ricavati nelle pareti, doccia con un  vecchissimo sistema di riscaldamento che ci faceva stare in apprensione (alla fine del tubo  dell'acqua c'era un riscaldatore che doveva rimanere collegato alla rete elettrica durante il  fluire dell’acqua, non so se mi spiego), arredamento spartano ma aria condizionata in ogni  stanza, grande frigorifero centralizzato (comunista, insomma...), televisore anch'esso  centrale con moderna antenna parabolica ma con due soli canali e senza audio (!), salottino  con divano sul quale lasciavamo regolarmente parte della nostra attrezzatura subacquea,  qualche cucaracha... e tanta voglia di vivere la nostra vacanza a dispetto di tutto. E  l'abbiamo vissuta in un crescendo di entusiasmo per la pace e la serenità del posto: brusio  discreto di voci, personale riservatissimo (sembrava non ci fosse nessuno oltre noi), mare  luminoso come il cielo in un clima che non ci ha mai fatto soffrire il caldo umido dei tropici  (abbiamo avuto la fortuna di trovarci nei Caraibi mentre la stagione passava dall'estate  all'autunno), amache sottili tese tra una palma e l'altra in una spiaggia di sabbia  abbacinante, una barca enorme a nostra totale disposizione, un accompagnatore che è  diventato per noi un amico prezioso nel suo immancabile sorriso in qualunque occasione. A  mare di mattina, subito dopo l'immersione che ogni volta ci ha stupito per la trasparenza  delle acque e la moltitudine di pesci di grossa taglia, abbiamo tifato per Santo che ha  sfoderato un milione di Lire di canne da traina, canne da surfcasting (si dice così, Santo?),  lenze grosse come corde, ami o forse meglio chiamarli "ganci" e diavolerie incredibili da  adoperare come esche; e Santo, flemmatico e arguto, con misurati gesti consumati  dall'abilità del vecchio pescatore (in modo riservato abbiamo saputo che ha fatto da modello  a Hemingway ne "Il vecchio e il mare! ...), ammonendo in spagnolo il pescatore al timone  della barca "Comandante, navigar al limitar de la caduta!" (mpari, fattilla orru orru!  N.d.T.) ci ha sbalordito allamando e trascinando a bordo, dopo quaranta minuti di lotta  entusiasmante, un pesce serra (una sorta di barracuda) di oltre trenta magnifici chili, per  non parlare della miriade di cernie, balistidi e tonnetti che appena catturati il nostro  liberava se inferiori a cinque chili!... Quel pescione iridescente l'abbiamo mangiato insieme agli altri ospiti del villaggio,  sogguardando un anziano signore d'oltralpe che si era dedicato alla pesca alla traina da  giorni riuscendo a pizzicare solo pesci da quattro/cinque chili, in pratica di quella taglia che  tutti noi, per merito delle esche di Santo, immancabilmente catturavamo ogni volta che  lanciavamo le lenze. Una mattina Nelson, la nostra guida sorridente, ci propone di offrire a  tutti aragoste per cena; dubitiamo per un attimo, poi acconsentiamo con regale  condiscendenza (tra urli e fischi laceratimpani); maschera, aeratore e pinne "tummiamo" a  ben tre metri di profondità e in meno di un'ora ammucchiamo dentro una barchetta che  stava in zona la bellezza di ventidue aragoste di oltre un kilo ciascuna! Se non ci fossi stato  non l'avrei creduto, come non lo state credendo Voi in questo momento; però ci sono le foto che documentano sia il pescione di Santo, sia l'altro serra (un tipo di barracuda) di 17 chili  catturato da Marco, sia il carrettino pieno con il quale abbiamo trasportato le aragoste fino  alla cucina. A sera i francesi (di una maleducazione sopraffina come sempre) hanno fatto  quadrato attorno ai piattoni dei crostacei e quasi non si riusciva ad averne per noi; ma c’è  bastato il piacere di guardarli con ironia e, per la seconda volta, nutrirli! Di sabato ci siamo  trasferiti all’Avana, una splendida città-giardino (alberi e fiori ovunque), e abbiamo visto la  faccia povera di questa gente che è costretta a fare la fila con la tessera alimentare per avere la razione di pane giornaliero (duecento grammi), o le cinque uova la settimana, o la carne  una volta il mese; e in questo dramma, in ogni stradina dell’Avana vecchia, da ogni casa  musica e gridi di bimbi che giocano, volti comunque sorridenti, corpi agili di uomini e donne  che pedalano su vecchie biciclette (la benzina è razionata e se ne può avere solo 30 litri il  mese), magliette stracciate ma decorosamente pulite, anziani azzimati con indumenti vecchi  ma rigorosamente stirati di fresco; è la ribellione dell'orgoglio ad un regime superato ed  aggressivo. Su un muro una scritta “Aquì desmaya la tristessa” (qui si scaccia la tristezza). A sera si va in discoteca; davanti all'ingresso splendide ragazze chiedono ai turisti di pagare  loro il biglietto di ingresso (costa solo cinque dollari, ma lo stipendio medio di un cubano è  l'equivalente di quindici dollari il mese...); dentro una folla inimmaginabile, musica  aggiornatissima e queste bellissime donne, plasmate da ore di bicicletta, senza un filo di  grasso, scattanti e sinuose, ballano senza sosta forse per ottundere i loro pensieri, grazia  felina e gentile, pronta al contatto umano; a Cuba se sorridi a una ragazza, quella ti  risponde con un sorriso e non con quell'atteggiamento scontroso che le donne nostrane,  sempre necessariamente altere e reginette, indossano per credere di esistere. Giuseppe, la  nostra giovane punta di diamante, aggancia una superba ragazza e, ballando senza freni, la  fa impazzire al punto che la vediamo abbracciarlo estasiata e chiamarlo teneramente  "papito lindo" (dolcezza cara, N.d.R.)  Si è rivisto in albergo la mattina dopo alle nove... A  malincuore è tempo di tornare a casa, e ci voltiamo indietro mentre saliamo la scaletta  dell'aereo per un ultimo sguardo. Atterriamo nella nostra Italia mentre la mente protegge il  ricordo di un luogo splendido, trasparente il mare, bellissime le creole, sorridente -seppure  nel dolore dell’oppressione- la gente, ammaliatrice l'atmosfera, superbi i fiori, colorato il  cielo, soffice la sensazione; e ancora oggi ci assale la memoria dell'ozio pomeridiano, del  combattimento per trascinare in barca pesci incredibili, dei fondali dai mille colori  impressionati nelle nostre pellicole, dell'avvicinarsi dei barracuda metallici, delle bibite  sorseggiate sonnecchiando sulle amache sorreggendo grossi cocchi, masticandone  distrattamente la polpa dopo averne bevuto il succo. Sentiamo che una parte di noi è rimasta a Cuba, nel suo mare, nella sua aria rilassata e un po’ danzante con le mille splendide  ragazze e i superbi ragazzi che la popolano; il resto di noi si è reimmerso a fatica nella corsa  forsennata e ostile della nostra realtà, con ragazzi e ragazze pasciute e cellulitiche che  ostentano alterigia e indifferenza, coprendo con uno spesso strato di brutta vernice quella  naturalezza che a Cuba è vita, e qui da noi sembra diventata vergogna!  Eugenio Caccetta