Amici miei, la Pattuglia dei Mari Caldi, in quest’anno di fine millennio, è andata nella magica Indonesia,  l’arcipelago più numeroso del Mondo che si estende lungo oltre cinquemila chilometri, dalla  Malesia alla Papua Nuova Guinea, conta oltre quindicimila isole, tre milioni di chilometri  quadrati di acque territoriali, ottanta milioni di kilometri di coste.  Manado, la capitale del selvaggio Sulawesi che ci ha accolto dopo un lungo viaggio, è una  caotica città portuale, non molto pulita, con un popolazione che si aggira attorno alle  trecentomila persone. Nel percorrere la strada che dall’aeroporto ci ha condotto nella zona  nella quale si trovava il nostro albergo turistico, abbiamo osservato sbigottiti sia la  lussureggiante vegetazione che mordeva i margini della striscia di asfalto sulla quale correva  (ma non troppo) il nostro pulmino, sia, giunti in città, la frenesia di mille furgoncini blu sui  quali si accalcavano decine di persone. Devo confessare che, appena arrivato nel nostro albergo, mi è sembrato fosse un vecchio  ostello, ma dall’imponente albero di mango all’ingresso, oltre ai frutti ancora acerbi  (purtroppo), pendeva un lungo ramo di orchidee dal quale ho spiccato cinque fiori per il  benvenuto a Mariella, Nella, Maria, Elena e Caterina, le nostre cinque bellissime e  sportivissime compagne di viaggio. L’albergo constava di solo sei camere, misura perfetta per il nostro rumorosissimo gruppo che contava anche Giuseppe, Sebastiano, Pippone, Andrea, Mario, Massimo ed Eugenio (che  racconta).Per andare a cena abbiamo avuto qualche difficoltà: nella zona periferica nella quale  ci trovavamo, non c’era nessuno che parlasse l’inglese e, sebbene Elena e Mario avessero una pubblicazione con una serie di parole di uso comune, non se ne parlava neppure di riuscire a  farsi capire dagli autisti dei furgoni che colà costituiscono l’alternativa al trasporto pubblico.  Alla fine siamo riusciti a trovare un barlume di intesa e, per cinque dollari (andata e ritorno),  siamo tutti e dodici entrati in un furgoncino nel quale c’erano sette posti a sedere, e, scafazzati  l’uno sull’altro, ci siamo fatti portare verso il centro, percorrendo alcuni kilometri di un  lungomare disastrato da una serie di interruzioni per lavori stradali. Alla vista del primo locale  illuminatissimo, abbiamo urlato di fermare, siamo riusciti a far capire all’autista di tornare a  prenderci dopo un paio di ore, e ci siamo fiondati dentro il "ristorante", ossia uno stanzone  enorme, una sorta capannone industriale, con tavoli tipo refettorio, con posate "stai attento: mi piego e mi spezzo", bicchieri pesanti come il piombo, sorridentissime cameriere che non  capivano un’acca di quello che dicevamo, menù fortunatamente scritti, oltre che in sulawesano  (!), anche in inglese. Mentre la fame ci mordeva le viscere, abbiamo scelto questa e quell’altra  minestra, gamberoni, aragoste (una ciascuno), granchi enormi, pesci interi e un fiume di birra.  Ed ecco le minestre: zuppa di pinne di pescecane, zuppa di cernia, zuppa di tartaruga, zuppa di  un’altra cosa che non mi ricordo se non perché faceva piangere solo a sentirne il profumo,  tanto era piccante, una varietà di risi conditi con frutti di mare, con piselli, con fagiolini, con  mais e chissà cos’altro. Le aragoste, ragazzi, erano veramente buone, quasi come quelle del Mediterraneo, e non ne  sono rimaste neppure le zampe; lo scrocchiare delle chele dei granchi, spaccate con i denti,  percorreva la lunga tavolata tra urla fragorose e risate pazzesche; gamberoni e cernie arrosto  scomparivano improvvisamente. I tavoli sui quali bagordavamo erano coperti da una selva di  bottiglie di birra, coca-cola e anche, terribile dictu, di acqua. Intanto un’orchestrina si dava da  fare con canzoni italiane che noi, a coro, seguivamo per qualche strofa, tra uno gnam e un  grunf.Alla fine, naturalmente, cornetti Algida per tutti. E poi il conto. Poco più di un milione e  mezzo. Di moneta locale. Circa quarantamila Lire ciascuno!!! Barcollanti per la birra e per il  peso della pancia che ciascuno era costretto a trasportare, siamo usciti sulle note di "O sole  mio", ci siamo pigiati nuovamente nel furgoncino (chissà come abbiamo fatto; credo che ci  siamo riusciti solo perché eravamo ubriachi fradici!), e siamo tornati a casa. Crollo sui letti e,  dopo dieci minuti, grande segheria tra i boschi dei sogni! Sveglia alle otto, o poco più; grande  tavola su una terrazza coperta da un tetto di legno, e barattoli di marmellata, miele, caffè  solubile, caraffe di tea e uova fritte. Ma adesso è tempo di correre a mare: attraversiamo la  strada con le nostre sacche sulle spalle, percorriamo otto metri di spiaggia ghiaiosa, e saliamo  su un grande peschereccio che a poppa mostrava una serie di quattro potentissimi motori  fuoribordo collegati tra loro in maniera piuttosto rudimentale. Uno dopo l’altro quei motori  sono stati messi in moto e, nel fragore assordante, eccoci salpare in direzione della riserva  marina di Bunaken. La nostra guida è Paola Bearzi, biologa marina che ha prestato a lungo la  sua professionalità nell’acquario di Genova, adesso titolare del centro immersioni Celebes  Divers, il più importante della zona. Ed eccoci in acqua, macchine fotografiche pronte a  scattare. L’acqua non è proprio cristallina, e dobbiamo accontentarci di una ventina di metri di  visibilità. Ma cosa c'è da vedere è incredibile: spugne barile larghe oltre un metro e quasi due  metri alte, 123 specie diverse di castagnole (non le ho viste tutte, me l’ha detto Paola che ne  sono state catalogate tante), pareti tormentate da anfratti, grotte, spaccature e tutto ricoperto  da invertebrati, spugne multicolori, tunicati, anemoni. La barriera è composta da circa 150  specie diverse di coralli (anche questo me lo ha detto Paola) attorno ai quali si muove una  quantità imprevedibile di pesci mai visti prima, e tutti scattanti, indaffarati, coloratissimi.  Appena mi dirigo giù verso la scarpata, incontro una famiglia di napoleoni, mamma e papà  grandissimi, e due piccolini (di una trentina di kili ciascuno, i piccolini!). Mentre sto guardando dentro una tridacna di oltre un metro, arriva in affanno Elena che mi prende per un braccio e  mi trascina a vedere … una tartarugona che sta mordicchiando la vegetazione del fondo. Sto  per orientare il flash, ed ecco arrivare come razzi un paio di maledetti che abbrancano la  poveretta e cercano di cavalcarla; grande fuga velocissima (non potete immaginare quanto  possano essere rapide le tartarughe di mare) ed io non riesco a scattare neppure una foto!  Quelli, poi, mi hanno detto di aver sentito distintamente le bestemmie che ho inventato, e mi  hanno chiesto il permesso, il copyright, di poterle usare anche loro in futuro!  Mentre sto fotografando un crinoide di tre diversi colori, sento un richiamo; mi giro e vedo  Andrea gesticolare verso là; e là c’è uno squalo grigio di due metri che ci osserva, valuta la  nostra consistenza, decide di non avere fame abbastanza e se ne va. Sento distintamente il  sospiro di sollievo di Mario che si era fermato impietrito a un paio di metri da me.  Nel frattempo passa uno stuolo di carangidi dalla livrea smagliante di argento, e, poco più  oltre, risalendo lungo la cigliata, ci imbattiamo in una decina di aguglie lunghe oltre il metro,  che si muovono pigramente sotto il pelo dell’acqua. Per pranzo raggiungiamo un isolotto  coperto di intricatissima vegetazione, con le mangrovie che invadono le spiagge di sabbia  sottilissima e bianca; ci sono alcune abitazioni costruite con tronchi di palma da cocco e  coperte dalle foglie di quella pianta prodiga di frutti, di legno per le costruzioni delle case e di  mobili pesantissimi e indistruttibili, di fibre con le quali formare cordame utilizzato nelle  piroghe, ricavate anch’esse dai tronchi delle palme, sulle quali i locali vanno a pescare al di qua della barriera corallina.  E lì preparano il cibo per noi famelici dopo l’immersione che ci ha fatto sognare: riso con  vegetali, rondelle di cipolla fritta in pastella, un ortaggio sconosciuto anch’esso fritto  (naturalmente in olio di cocco), pesce arrostito su griglie di rami intrecciati, frutti esotici e  birra.  Satolli, ci sdraiamo sulle amache; qualcuno compra conchiglie bellissime per pochi soldi,  oppure oggetti fatti a mano per l’uso più strambo come bicchieri ricavati da foglie secche,  fermacapelli per le donne, spilloni di foglie di palma ecc. Mentre l’ozio ci blandisce, vediamo  che sulla spiaggia stanno creando una specie di pira. Ci avviciniamo e Paola ci dice che stanno  preparando la loro cena. Corriamo a prendere le macchine fotografiche; cento scatti alla pira  che piano piano si consuma e, alla fine lascia vedere, all’interno, un cane al quale, con quel  primo intervento, è stato bruciato il mantello; successivamente sarà ridotto a pezzi e cucinato  in salsa piccante. Il cane, infatti, è una pietanza particolarmente apprezzata in questa regione.  Ed ecco la notturna.  Mi piace osservare, ogni volta che un gruppo di sommozzatori si prepara  per affrontare il buio romantico dell’immersione di notte, la pacatezza imposta alla vestizione, i  toni smorzati delle voci, l’accuratezza nel controllo delle attrezzature. Saltiamo giù. Non è il  solito buio, ché l’acqua si incendia letteralmente di fuochi minuscoli, persistenti, in movimento  continuo: la quantità di plancton è tangibile, sembra che si possa afferrare, tanto è "spessa".  E quelle rocce che di giorno abbiamo visto ricoperte dalle spugne incrostanti, acquistano una  nuova e diversa vitalità: è un pullulare da paragonare solo ad un formicaio. Vedo Sebastiano  intento a fissare qualche cosa dentro una profonda spaccatura; mi avvicino e scorgo due sottili  pesciolini di circa quattro centimetri, marrone scuro, con la pinna dorsale rotonda come la  caudale, e due pinne pettorali anch’esse rotonde, immobili, bellissimi, elegantissimi. In  quell’altro anfratto catturo, solo per farla vedere agli altri a fine immersione, una bella  aragosta con le antenne bianche, e poi un granchio grosso come mezza palla da bowling, e più  in là un riccio matita con le spine grosse come i miei indici. Mentre sto illuminando una parete  ricoperta di gialli astroides di incredibile grossezza, con la coda dell’occhio percepisco un  lampo azzurro; spegniamo le lampade, Sebastiano ed io, e osserviamo due macchie  fosforescenti di un azzurro intenso muoversi rapidamente; e poi altre due, e ancora altre.  Accendiamo le lampade per capire, e scorgiamo dei pesci insignificanti, ma che hanno queste  macchie lunghe un paio di centimetri sotto gli occhi, macchie che si illuminano ad  intermittenza di una brillantezza assolutamente incredibile; siamo rimasti incantati forse per  cinque interi minuti, al buio, tra il plancton che volteggiava tutt’intorno e quelle folgori  improvvise nel buio intenso della spaccatura: un sogno in quel mare sognate. Ma potevamo  limitarci alla splendore di quel mare?  Senza l’emozione di entrare nella jungla? Mentre Giuseppe e Pippone se ne vanno a pescare, e Maria e Nella decidono di avventurarsi in città, il resto del gruppo decide di andare a vedere il  Tarsium Spectrum, ovvero la scimmia più piccola del mondo, un animale notturno a rischio di  estinzione che dimora nelle cavità degli alberi. Questa piccola scimmia sta nel palmo di una  mano: alta circa 10 centimetri, gradi occhi da animale notturno, lunga coda, non ha la  possibilità di ruotare la testa, sicché, per guardare in una direzione, vi deve dirigere tutto il  corpo. E’ un animaletto graziosissimo, una specie di giocattolino che suscita il desiderio di  accarezzarlo e di stringerlo al petto. Ma vi debbo raccontare l’atmosfera che si è creata dopo  alcune ore di strade dissestate che abbiamo percorso col pulmino per arrivare all’ingresso del  parco naturale, e le oltre due ore di marcia nel fitto della vegetazione, guidati dai Rangers, tra  improvvisi movimenti nel profondo dell’intrico degli alberi e delle liane che pendevano  dall’alto dei rami più alti. All’inizio tutto sembrava simile a un bosco come lo conosciamo tutti,  ma, a mano a mano che ci si addentrava e la luce scemava sia per il fitto della vegetazione, sia  perché scendeva la sera, tutto intorno diventava irreale: i richiami di uccelli e animali, il  frusciare forse di serpenti che non riuscivamo a vedere, gli odori insoliti e a volte nauseanti dei fiori notturni, e il mistero di non sapere dove ci trovassimo e in che direzione fosse la  "salvezza" era inquietante. In quei momenti di suspance, ecco balzare fuori da un cespuglio  con un urlo, Massimo, che ci aveva preceduto silenziosamente: i nostri cuori hanno avuto uno  schianto da infarto prima, e di odio feroce dopo avere capito chi ci aveva atterriti; è stato  bravo, Massimo, a dileguarsi nuovamente prima di essere scannato e immolato agli dei della  jungla! Ed ecco che la guida ci bisbiglia di fermarci, si avvicina al tronco cavo di un albero  enorme, vi scompare dentro per poi uscirne e sussurrarci di entrare silenziosamente uno alla  volta e di guardare in alto a destra: entra per prima Caterina, e subito l'urlo altissimo (come  solo Caterina sa produrre!!!) "Che bellinaaaa!!!" A qualcuno di noi, che al momento non aveva capito le parole gridate dalla nostra ineffabile compagna di avventure, sono venuti i capelli ritti  dalla paura, temendo che le fosse accaduto chissà cosa. Ma poi quella "faemina ululans" è  uscita dal tronco riempendo la jungla di grida affilatissime per la meraviglia che lei aveva  visto, e che noi, ormai, non avremmo più potuto vedere, dato che la scimmietta era scappata a  gambe levate per scaricare, chissà dove, l’ondata di adrenalina per quella paura mai provata  prima! Qualche decina di minuti più tardi, quando noi tutti avevamo perduto la speranza e  meditavamo di uccidere Caterina, i Rangers trovano un altro grande albero nel quale vivono le scimmiette, e ci fanno segno di avvicinarci; immediatamente Elena e Mariella afferrano  Caterina, io la imbavaglio strettamente e la lego mani e piedi ad un albero. E poi, con calma e  in silenzio, andiamo a godere anche noi lo spettacolo di questa creaturina adorabile: grandi  occhi da lemure, pelo non troppo lungo di colore marrone, orecchie piccole piccole, conscia di  essere bellissima tanto da rimanere assolutamente immobile per alcuni minuti, mentre noi  scattiamo un migliaio (!) di fotografie. E’ ora di rientrare, tardi nella notte. Seguiamo le guide  come automi; siamo perfettamente consapevoli di non sapercela cavare se perdessimo il  contatto con chi precede! Stravolti dalla stanchezza e aggrediti dalla fame, torniamo a casa  giusto per il tempo necessario a fare la doccia e ripartire per il ristorante a mangiare la solita  tonnellata di frutti di mare, pesce, aragoste o granchi, annaffiando tutto di con litri e litri di  birra (sempre più buona). Stamattina si va a visitare un antico villaggio, Tara Tara, lontano  sulla montagna, per assistere al grande mercato settimanale degli indigeni Minahasa. Strade  sempre più strette e sempre più erte. Alla fine ci ritroviamo in una piazza pullulante di gente  intenta ad acquistare nelle mille bancarelle costituite, nella maggior parte, da uno straccio  disteso per terra. Ecco lì pomodori (che nessuno di noi comprerebbe mai, tanto sono piccoli,  brutti e "macchiati"), mango rinsecchiti, cipolle rosse, ananas striminziti, patate, verdure mai  viste. E contrattazioni continue, tra un brulicare di gente che scambia manciate di denaro per  poche quantità di cibo; tutti, ma proprio tutti, comprano un sacchetto di peperoncini. Poco più  giù ci imbattiamo nella parte di mercato dedicato alla carne e al pesce; il centro della stradina  è percorso da un rivolo di sangue, tutt’intorno ne grava il sentore misto alla puzza del pesce  non più fresco da giorni. Alcune ceste che contengono piccoli pesci secchi emanano un lezzo che fa soffrire; su un bancone un macellaio è intento a squartare un maiale, tirando con le mani, a  mo’ di fune, gli intestini dalla carcassa; sul banco appresso, tra pezzi di maiale che gemicano  sangue e carcami di cani con il mantello bruciato, dorme sereno un bambino di pochi anni.  Siamo sconcertati, e allunghiamo il passo per allontanarci da quello spettacolo;  fortunatamente, pochi metri più avanti, ecco la bottega della fioraia, con i mazzi fioriti dei  mille colori che la natura ha regalato a questa terra selvaggia ancora, per un verso primitiva  anche, ma certamente ancora vicina alla purezza, in quel luogo dove vivere è difficile. L’ultima  esperienza forte la viviamo in una trattoria dove l’autista del nostro pulmino ci accompagna,  poco lontano dal villaggio appena visitato: una baracca costruita in parte su pali, con per vista  la jungla; uno spettacolo meraviglioso, se non fosse che giù, alla base dei pali che ci sorreggono, scorazzano topi grandi come conigli! L’interno della baracca è disseminato di tavoli coperti da  tovaglie di plastica bisunte, sedie sconnesse, spessi bicchieri mai stati trasparenti, posateria di plastica, pochissimi tovaglioli di carta. Ci servono la solita birra, ma anche un liquido bianco  che ancora fermenta; l’autista ci dice che è vino di cocco, e noi l’assaggiamo, e subito lo  sputiamo… Ecco arrivare una miriade di ciotole piene di pezzi di vegetali immersi in salse poco invitanti, altre colme di tocchi di carne forse di pollo, o anche di maiale, magari di topo, chi lo  sa! L’autista sorride sornione e inizia a mangiare, gli ospiti degli altri tavoli ci osservano  incuriositi e con un ghigno beffardo sulle labbra lucide di grasso. Abbiamo fame, e cominciamo  a mangiare anche noi. Sebastiano mi guarda e mi chiede perché stessi piangendo; in realtà  lacrimavo per via del livello di piccante del pezzo di non so cosa che avevo messo in bocca.  Chiedo all’autista di dirmi quale fosse la ciotola con la carne di cane; con indifferenza mi  indica quella che contiene dei pezzi assolutamente neri. Ci guardiamo, Sebastiano ed io, e  infilziamo un pezzetto ciascuno, lo portiamo alla bocca guardinghi, e ci bruciamo ancora una  volta la lingua disarmata contro quelle spezie. Insomma, amici miei, qualunque cosa abbiamo  mangiato, sia stato vegetale, sia stata carne, non aveva altro sapore che il peperoncino del quale tutto era intriso, sicché, dopo pochi minuti, colpito da una specie di urente anestesia della  lingua, mi è scomparsa la fame. Non potrò dire di avere mangiato il cane, il topo, il maiale e il  pollo di quella parte del Mondo, perché, pur avendo introdotto nella mia bocca quelle carni,  esse non avevano i loro sapori, ma quello delle spezie violente che mi hanno cauterizzato la  bocca. La nostra visita in Sulawesi è finita. Mentre l’aereo decolla, guardo giù con una nota di  malinconia le verdi distese selvagge nelle quali ho percorso alcuni passi, e l’azzurro di un mare vibrante di mille vite. E mi tornano alla mente le esperienze imprevedibili che ho provato, le  emozioni a volte brutali, più spesso incantevoli che mi hanno accompagnato. Sono silenzioso,  consapevole di avere vissuto per qualche giorno in una dimensione lontana nel tempo e nella  cultura.  Ma eccoci atterrare a Singapore, magnifica e ricca città-stato dell’Asia sud-orientale. E’  sbalorditivo vedere il livello di civiltà e di cultura raggiunto in questa città di molti milioni di  persone, multietnica per i suoi insediamenti indiani, cinesi, giapponesi, arabi, malesi e via così; e senza che ci siano baruffe tra le varie etnie che convivono nell'assoluto reciproco rispetto. La pulizia della città non è paragonabile se non a quella della stanza "buona" delle nostre case!  Abbandonati i bagagli nelle confortevoli camere del nostro albergo a 4 stelle, siamo corsi subito a godere di questa città giardino, con i suoi viali costeggiati da alberi magnifici, zone di foresta  disseminate ovunque, aiuole lussureggianti, grattacieli con ingressi in marmo o in acciaio. E  tutto grande, curatissimo, bellissimo. Il traffico automobilistico è velocissimo, ma tutte le  strade sono ampie e a senso unico, e l’attraversamento pedonale non è consentito se non negli incroci regolati dai semafori. Girato quell’angolo, ci siamo ritrovati nella straordinaria "zona  dei ristoranti stradali": immaginate uno spazio grande quanto un campo di calcio; mettete in  mezzo una grande costruzione circolare che ne occupi l’equivalente della metà; dentro la  costruzione una serie infinita di trattorie, per la maggior parte cinesi, nelle quali sono offerti i  più diversi cibi a base di carne o di pesce, compresi gli spaghetti di soia sottilissimi e bianchi, o altre cose invitanti per il loro profumo, ma sconosciute; altri punti per la vendita della frutta  esotica esposta in bella mostra, e anziane signore di colore circondate dai fiori rigogliosi dei  loro mille colori. Tutt’intorno a questa costruzione, sulla strada, altri punti ristoro costituiti da  barbecue, banconi con in mostra le cose da cucinare, e file di tavoli sui quali consumare le  ordinazioni. Tutto quello che ho descritto è assolutamente ordinato, gradevole, profumato e con il sottofondo accogliente del brusio della gente. Ci siamo seduti, abbiamo mangiato spiedini di  minuscoli pezzi di carne di pollo, di maiale e di agnello. Poi altri spiedini di gamberoni. Poi  piattoni di riso con vari condimenti sia di ortaggi o verdure, sia di carne. E tutto sommerso da  una botte di birra ancora più buona di quella di ieri! Un gruppetto di noi decide di vedere  Singapore by night, e ce ne siamo andati nell’area del porto. Un pub dietro l’altro, musica  aggressiva, diecimila ragazze e ragazzi bellissimi, capelli coloratissimi, abiti mini, altri con  borchie, calzature alte trenta centimetri, confusione allo stato puro, neppure un poliziotto e  nessun fastidio, qualche ubriaco anch’egli educatissimo. Beviamo una birra, occhieggiamo le  ragazze che pullulano, e poi ce ne torniamo in albergo, stanchi ma veramente soddisfatti. In  mattinata siamo andati, con una interminabile teleferica che supera un braccio di mare in  prossimità del porto (uno dei più movimentati del mondo), nell’isola dei giochi, Sentosa, e  abbiamo visitato un acquario straordinario: un tunnel dentro l’acqua, con i pesci accanto e  sopra di noi. Sembra di essere in immersione. Squali a dozzine, razze sesquipedali, cernie di  duecento kili, falangi di carangidi, migliaia di pesci della barriera corallina, polpi enormi,  murene lunghe due metri e grosse come tronchi. Una concentrazione indescrivibile. In una  vasca, separata, un dugongo. In un’altra la mitica piovra, enorme, rossa, sguardo minaccioso  (poverina!). Nell’ultima i dragoni di mare, una sorta di ippocampi alti trenta centimetri e dalla  forma, appunto, di draghi. Che peccato che quelle ore siano trascorse come fossero minuti! E  che peccato che il nostro viaggio sia finito. Durante il volo di rientro, mi è tornato davanti agli occhi della mente l’intrico della jungla, le  pareti colonizzate dai mille organismi marini di Bunachen, i grandi pelagici che ci sfilavano  accanto, il caos di Manado, l’opulenza che trasuda dai grattacieli di Singapore.   Ma poi siamo arrivati a Roma, e siamo andati a visitare i Musei Vaticani, e abbiamo letto lo  sguardo corrucciato di Cristo nel Giudizio Universale, e visto il tocco del dito di Dio, e  ammirato i gesti pittorici di Raffaello.   E la civiltà del Mare Nostrum è tornata a fluire dentro di me, tornato a Casa, finalmente.  Eugenio Caccetta