Amici miei, sono tornato a malincuore! Non so come fare a raccontarvi l’ultimo viaggio al quale, insieme  a me, hanno partecipato 14 gagliardi, curiosi ma soprattutto romantici avventurieri del  Mare. Al Kabir è il nome dell’imbarcazione che ci ha ospitato, il vecchio dragamine olandese Stormvogel che, smilitarizzato e dopo vari impieghi off-shore, è stato “modificato” per  ricevere l'entusiasmo dei sommozzatori. Ve lo descrivo: giù nella stiva quattro cabine “da  combattimento” senza oblò; al livello superiore altre tre cabine per “ufficiali” con minioblò;  due docce, tre lavandini, due ... tazze; a poppa un grande spazio con un tavolo a U (il  refettorio!), una gabbia con venti bombole, un vasto piano per sdraiarsi al sole; più sopra il  “ponte di comando” nel quale non siamo saliti quasi mai. La Signora (lo scrivo con la S  maiuscola perché è una cinquantenne di grandissima classe e fisicamente in forma brillante)  ha provveduto ai nostri pasti famelici, e ci ha accudito insieme agli altri quattro membri  dell’equipaggio gentili e disponibili. Il caldo ha impedito a molti di noi di dormire nelle  cabine sicché, fin dalla prima notte sdraiato sul ponte, mi sono visto circondato da sognanti  ma rumorosi (sia per os che per...) compagni notturni. La sera i generatori, e quindi anche la luce, venivano spenti alle 22; la cosa non ci dispiaceva perché eravamo stanchi per la  giornata di sole e di mare e ci addormentavamo di colpo; prima delle 6 il sole mi svegliava e  quindi, sveglio io, nessun poteva più dormire... La prima immersione mi ha sconvolto. La  punta SUD di SHAAB RUMI affonda verticale fino ad un largo pianoro a circa -25; mentre  scendiamo lungo la parete fiorita di alcionari e di gorgonie, mi guardo intorno e osservo i  mille pesci “tradizionali” che ci nuotano intorno indaffarati; sul fondo mi assesto, controllo  l’obbiettivo della macchina fotografica, accendo il flash e guardo intorno questo laborioso e  sereno mondo sommerso alla ricerca del primo pesce da inquadrare; molte, moltissime  cernie di buona taglia gironzolano tra le madrepore, una parete di carangidi, sia argentati  che neri, ci impedisce per un attimo la vista della cigliata che scende verso il blu profondo,  un pesce napoleone di cinquanta kili viene a curiosare da vicino; intorno a me è un  lampeggiare continuo di flash, mentre ben tre telecamere si fanno sotto per guardare dentro gli occhi di questa natura tranquilla che ci circonda. Poi improvvisamente si materializza  uno squalo! E subito dopo un altro, e dieci, venti altri. Mi guardo intorno allarmato perché quelli si avvicinano a velocità impressionante, passano  a poche decine di centimetri, si allontanano di qualche metro, si torcono in maniera quasi  innaturale e tornano indietro dritti come siluri. Ovunque io guardi compaiono pescecani,  con il loro movimento elegante e prepotente, con il loro sguardo freddo e impassibile, le  pinne pettorali come ali sensibili, la punta della pinna dorsale bianca che sembra produrre  un suono metallico che non si sente con le orecchie, ma si percepisce con l’anima in  sussulto... Improvvisamente succede qualcosa: una sarabanda di saette che gira intorno ad  un punto in mezzo ai coralli, accavallandosi, spingendosi l’un l’altro; gli squali più piccoli  (due metri) vengono scacciati via violentemente da quelli più grossi che si avventano su  qualche cosa che non riusciamo a vedere; ci guardiamo esterrefatti e tutti retrocediamo fino  alla parete alla quale ci addossiamo spaventati; e risaliamo guardinghi verso la superficie e i  gommoni che ci aspettano accoglienti, come le mura della casa paterna... La punta NORD di  SHAAB RUMI è la zona nella quale Jacques Cousteau condusse l’esperimento Précontinent 2; venne costruita una “casa” a poco più di 10 metri di profondità nella quale gli  sperimentatori vissero per un certo periodo di tempo osservando alcuni pesci che erano stati catturati e immessi in una sorta di grande acquario subacqueo, studiandone la vita e le  reazioni. Vedere i resti di questo progetto mi ha grandemente colpito; entrando dentro la  cupola mi sono trovato in una grande bolla d’aria che ne riempie la parte sommitale;  neppure a dirlo mi sono tolto l’erogatore dalla bocca e ho respirato quella calda aria  imprigionata in una struttura vecchia più di trent’anni, ho gridato, ho ripetuto il mio nome e  poi sono venuto fuori da quel sogno subacqueo realizzato da un grande sognatore... Nella  scarpata di SHAAB SUADI giace il relitto della Blue Bell, una nave mercantile che  trasportava uno carico di Toyota che, aggredita dal mare grosso, si “stracciò” sui coralli di  quel reef affondando in una ventina di metri di acqua; emozione a “guidare” una Toyota  sott’acqua, ad ammirare i coralli che hanno proliferato sulle ruote e i glass-fish che abitano  dentro i cofani scuri. Ma eccoci a SANGANEB nella speranza di vedere gli squali martello.  Vediamo forse cento cernie “rotolarsi” lungo il declivio; mille barracuda procedere in  formazione, flemmi, l’occhio sbarrato, il corpo metallico e corrusco, indifferenti al nostro  inserimento nel loro imponente schieramento. Poi laggiù li vediamo, inquietanti, due squali  martello lunghi oltre tre metri; girano lenti, ci guardano sospettosi e si allontanano sparendo silenziosamente. Ci distraiamo osservando le cernie “accarezzarsi”, fotografiamo un grosso  scorpenide che in un primo tempo avevamo scambiato per il velenosissimo pesce pietra e,  negli anfratti, i pesci soldato dalla livrea rosso acceso. Poi abbiamo la sensazione che stia  accadendo qualcosa... E infatti: “spalmato” contro la parete uno di noi sta gridando “Vai  via, non vedi che sono un corallo...” ad uno squalo grigio che lo “annusa” da vicino, sempre  più vicino! Gli andiamo addosso e lo squalo ha un momento di indecisione, quanto basta  perché il malcapitato si “spari” verso i gommoni, seguito da tutti noi che abbiamo assistito  alla scena, mentre lo squalo torna indietro e ci segue da vicino, troppo vicino alle nostre  pinne sempre più veloci e nervose; saltiamo in sette per gommone in una manciata di  secondi, tra le risate dei due “motoristi” che però, alla vista della pinna grigia che ci  cominciò a girare intorno, ingranarono la marcia e via veloci verso casa! Completiamo le  nostre immersioni visitando il relitto dell’UMBRIA, una nave italiana che trasportava  materiale bellico; il comandante si trovava alla fonda in prossimità di Port Sudan quando  seppe per radio che era scoppiata la II Guerra Mondiale; vicino erano ormeggiate alcune  navi da guerra inglesi sicché, per evitare di essere costretto a consegnare equipaggio, nave e carico al nemico, il coraggioso comandante italiano preferì affondarsi, beffando gli inglesi ai  quali non rimase che riverire con il saluto militare la nostra unità che si inabissava. Con  l’anima palpitante per l’eroico gesto che cinquanta anni addietro ha onorato la nostra  Bandiera, abbiamo girovagato nella stiva della grande nave, osservando il carico di  munizioni ancora stivate, gli alloggi tuttora riconoscibili; e abbiamo incontrato tartarughe  marine erranti tra le impalcature sommerse, nuvole di ombrine sospese sotto il primo ponte, alcionari abbarbicati alle infrastrutture, e mille pesci variopinti nelle loro tane di ferro. Nel  tramonto rosso fuoco l’avventura sudanese finisce, mentre nel nostro cuore rimane il ricordo di un mare ancora vergine, popolato da tutto quello che abbiamo sempre sperato di vedere,  innamorati della vita, com’era...  Eugenio Caccetta