Siamo tornati da Malta 2015.  Dopo il fuoco delle mail di un mese addietro, quando non si capì più bene quante decine  di pretendenti, ovviamente labiali, si sarebbero imbarcati per Malta, sono venuti con  Francesco e me Salvo e il piccolo Nicolò con la sua brava canna da pesca. Nicolò (9 anni)  ha anche fatto un’immersione sotto braccio a papà, quindi è diventato “Sommozzatorino  Internazionale”, alla faccia dei rumorosi confusionari targati “iù ci vegnu” rimasti a casa  a perpetuare la specie dei “pesci secchi”. Roberto, il più leale tra i membri dello staff che si sono avvicendati dal 1981 nella Scuola Sommozzatori di Catania, ci ha accolti col solito sorriso aperto e franco che lo  contraddistingue, ci ha fatto salire sulla sua macchina targata Malta (egli è ormai  residente in quello Stato) e ci ha accompagnato dall’altra parte del porto per imbarcarci  subito sul suo gommone. Ma no gommone: era un “gommonone” da 20 e più persone per le “gite” marinare e da 15 sommozzatori per le immersioni; insomma: rannuni! Nel blu abbiamo raggiunto una zona particolarmente ricca di pesce tipo saraghi, qualche  cernia ed altro pesce che una volta, trent’anni addietro, si trovava anche dalle nostre  parti.  A sera siamo andati a cenare in una trattoria (si chiama “Carnezzeria” alla palermitana,  anche se i proprietari sono originari di un paesino sulle falde dell’Etna), dove abbiano  ripreso colorito; quindi a nanna nell’alberghetto (€25,00 p.p. a notte) che aveva  prenotato per noi. “Domani, ragazzi, vi porto su un relitto che vi piacerà”; tra un boccone e l’altro, irrorato  di Cocacola Zero, ci ha descritto la posizione, la profondità, la facilità di accesso al  ventre della nave, la moltitudine di saraghi, cernie, dentici, balistidi etc. etc. che  avremmo visto. Non stavamo nella pelle; a dormire, stanchissimi per essere pronti a saltar giù dal letto  per saltare in acqua il giorno dopo.  Colazione rapida, ma non tanto, e via verso il porto; un’ora e mezza di navigazione  veloce e poi giù, verso i -30 dove abbiamo incontrato una nave lunga circa 100 m. posata sul fondo sabbioso; finestre e porte erano occhi neri invitanti attraverso i quali abbiamo  esplorato l’interno del battello. Descrivere la quantità e la varietà di pesce che entrava ed usciva senza fretta dalle aperture mi è difficile. Il fascino di un relitto popolato di vita è  profondo; il piacere di guardarsi negli occhi luminosi di felicità subacquea era pari al  godimento di trovarsi laggiù. Decompressione adeguata a 40 minuti di immersione a -33. Poi si salta (cu cià faceva) sul gommone, s’è pranzato con i paninazzi preparati da Roberto, frutta a volontà e Cocacola  Zero... L’altra immersione, la pomeridiana, è stata spettacolare: siamo entrati in acqua vicino  alla costa e abbiamo raggiunto un fondale di una quindicina di metri, avvicinandoci ad  un “buco” che si apriva tra le rocce; ci siamo introdotti in un camino e siamo scesi  verticalmente per altri 5 o 6 metri, quindi abbiamo imboccato un corridoio lungo 40  metri o poco più, in fondo al quale si intravedeva il chiarore dell’uscita. Adrenalina!!!  Usciti dal camino di fine tunnel, ci siamo ritrovati alla LUCE!  Ci siamo messi a girovagare in direzione del gommone, poca decompressione e risalita. A sera, via a St. Julian; incredibile: una folla di ragazzi e ragazze belle, disinibite, felici  nella musica che usciva da mille pub, dancing points; spettacolini di ragazze e ragazzi  che si alternavano con giochi di fuoco (catene -credo- alle quali erano legate fiaccole che  facevano piroettare con maestria), picciottazzi coi capelli sulle spalle e mille tatuaggi su  braccia muscolose e spalle poderose. Non vi dico della reazione di Pestina: non poteva passare davanti i luoghi di “ammasso”  senza entrare estasiato ed uscire stordito! E’ stato un peccato rimanere in mezzo alla youth solo fino all’una, ma eravamo stanchi  morti e siamo tornati verso il letto carico di promesse di sonni agitati dalla musica che ci  era entrata nel corpo. L’ultima giornata di Mare l’abbiamo trascorsa crogiolandoci al sole mentre si  gommonavigava verso il punto dell’ultima immersione: fondale basso, tra 12 e 20 metri,  tra canaloni, piccole grotte, passaggi stretti e pesci sempre in mezzo, quasi a volerci  ostacolare. Ho scattato qualche foto e, appena riuscirò a riversarle, ve ne manderò qualcuna. Pranzo in un bar con cucina, schiacciamento a pressione delle sacche dentro la povera  macchina di Roberto, foto di gruppo e via verso il catamarano che ci aspettava per  tornare a casa. Abbiamo concordato con Roberto che, appena terminerà il Corso Base, vedremo di  andarlo a trovare un’altra volta.  Malta è un posto che sia in Mare sia in terra, deve essere visitato ancora. Eugenio Caccetta