Di ritorno dalle Maldive Vi racconto quanto ho visto e mi hanno fatto osservare i miei  compagni di viaggio. Giorno 14 marzo pomeriggio è cominciata la nostra avventura con l'imbarco sul potente  747 ALITALIA; le nove ore di volo sono state allietate da un esilarante film su Sherlock Holmes e da una cena raffinata (paté di fegato d'oca, tortellini al ragù e cuore di filetto  lucidato) servita dopo una coppa di spumante secco della migliore nobiltà. La veduta  dagli oblò ha esaltato i nostri spiriti: orrido e affascinante il deserto Saudita visto da  dodicimila metri; incredibile lo spettacolo dell'arcipelago maldiviano: immaginate la  distesa di un mare blu zaffiro costellato di isole dalla vegetazione luminosa come lo  smeraldo più intenso, atolli che racchiudono acque di giada limpida e trasparente  circondate da anelli di sabbia del quarzo più splendente. Quando i portelloni si sono  spalancati ci ha accolto la fragranza di mille profumi e il caldo sole che ci avrebbe  accompagnato per nove giorni ancora misteriosi e pieni di aspettative. Su un romantico  barcone, accompagnati dai salti beneaugurali dei delfini, ci hanno trasportato per oltre  tre ore verso Kuramathi, l'isola più esterna dell'arcipelago. Una bevanda profumata di  cocco e di spezie ci ha dissetati prima che ci venissero consegnate le chiavi dei bungalow deliziosi e circondati di fiori. A sera, dopo la cena, ci siamo riuniti per festeggiare il  compleanno di Sonia che ha visto fiorire la sua ventiquattresima primavera sotto il sole  tropicale, poi Scipio, il baffuto capovillaggio, ci ha esposto il programma subacqueo che  avremmo goduto e ci ha dato appuntamento al mattino per iniziare la nostra avventura  sottomarina. Il primo tuffo nel trasparente Oceano Indiano ci ha lasciati senza fiato: una  "testina" corallina policroma ospitava mille pesci di tutti i colori conosciuti; in una  frenesia di vita curiosa venivano a guardare da vicino questi strani esseri avvolti da  bollicine. Più giù carangidi imponenti incedevano tranquilli tra nuvole sempre in moto di  pesci di tutte le dimensioni. Nei giorni che sono seguiti abbiamo ammirato la velocità e  l'agilità di tartarughe gigantesche, l'enormità fusiforme di murene affettuose e  "scodinzolanti" nel prendere il cibo dalle nostre mani, dentici dorati che ci circondavano  con il loro nuoto sicuro e svelto, cernie vicine ai cento chili pigramente adagiate sul letto sabbioso delle loro grandi tane, squali sicuri e possenti guardarci con occhio indifferente, barracuda affilati e veloci muoversi in gruppi compatti. Uno spettacolo immenso che è  difficile descrivere. Più facile raccontare i mille fatti e misfatti che si sono succeduti. Tra i partenti abbiano letto con stupore il nome di Sebastiano Pene (avete letto bene...) meglio conosciuto come Nuccio Pane; abbiamo creduto di capire perché le belle e giovani guide avevano qualche remora a chiamarlo e perché qualcuna arrossiva nell'incontrarlo, ma vi  assicuro che si è comportato benissimo; solo l'ultimo giorno sembrava un pò moscio...  Qualche apprensione ha suscitato Fabio, affetto da continui "smottamenti"; moltissime  barzellette che ci ha raccontato sono state interrotteda corse affannose verso una stanza  da bagno (in qualunque bungalow si trovasse) dentro le quali si dava a concerti stentorei  per coprire ogni altro...rumore! Spettacolare è stata la presenza della canna da traina  che Giuseppe si è portato da Catania: mezzo milione di Lire per uno strumento perfetto  in fibra di carbonio e acciaio, con filo e mulinello idonei a ferrare pesci da cento chili ed  oltre, orgoglioso della sua preparazione psicofisica da alturista da competizione... Sul  posto s'è saputo che una battuta di pesca d'altura costava 100 dollari, ma questo non lo  ha impressionato e noi tutti che volevamo vedere all'opera un vero fischerman, per  aiutarlo a calarsi maggiormente nel suo ruolo, lo abbiamo accompagnato a pescare con i  bolentini (tanto per fare un assaggio!). Sulla barca ci siamo raccolti a cerchio intorno a  lui e lo abbiamo pregato di insegnarci le sue tecniche più segrete per innescare, per  lanciare la lenza, per ingannare i pesci e allamarli; pendevamo dalle sue labbra prodighe  di consigli paterni e saggi... Poi tutti alle murate a lanciare i nostri tranelli; subito la  frizzantissima Franca, moglie del Maestro (anche lei ha speso mezzo milione di Lire, ma  in creme antisole, antirughe, antiscottature, antitutto insomma...), aggancia, tra strilli di  eccitazione e di paura, un pescione che quasi le taglia via la mano; il nostro boy l'aiuta a  tirare su il carangide di oltre cinque chili e da tutti noi riceve battute di mano e grandi  congratulazioni, mentre Giuseppe, con atteggiamento di bonario compiacimento, innesca un pezzo di tonno da mezzo chilo e, con gesto da discobolo, lancia la sua lenza con il  sorriso di chi pregusta una preda consona alla sua eccellenza...; ma ecco che Franca, di  nuovo, coglie alla sprovvista un altro pesciaccio che viene a dibattersi sulla tolda; a  questo punto comincia a serpeggiare un dubbio e un interrogativo sui visi di tutti noi  ormai bui nella notte incombente: ma chi è il deus ex machina della pesca, insomma?... Franca imperterrita allama un altro pesce e Giuseppe finalmente si accorge che gli hanno  "appioppato" una lenza intinta in una sostanza repellente per i pesci (sic!); poi ci spiega con  dovizia di particolari con quali tipi di piante tropicali era stata preparata quella pozione.  Il giorno dopo alle cinque accompagniamo tutti Giuseppe che parte per la battuta di pesca  d'altura, ma non siamo riusciti a vederlo al ritorno; abbiamo poi saputo che di canne da  pesca come la sua a bordo ce n'erano altre due a disposizione di chi non le aveva portate  dalla madre patria, che l'esca che gli era stata consegnata non era buona e che per questo  solo motivo Giuseppe non aveva preso nulla, mentre l'altro signore che c'era sulla barca  aveva catturato uno squalo martello di un quintale e un paio di carangidi di una trentina di  chili ciascuno... Il benamato Enzo (quasi guardabile senza sussulti al sole delle Maldive) appena arrivato si  arrampica su una palma, viene giù con una noce di cocco, a fatica la "scuoia", la sbatte mille  volte a terra, riesce ad aprirla e ne beve avidamente il liquido; sudato come se avesse fatto la doccia, ci sorride (si fa per dire) e ci offre il frutto della sua fatica  (cinquanta grammi sporchini di sabbia), proprio mentre arriva Sonia con mezzo kilo di  fettine perfettamente tagliate che aveva preso nel bar dove erano lasciate alla golosità degli  ospiti; tutti però abbiamo convenuto che la noce di cocco che aveva aperto Enzo era di gran  lunga migliore... (?). Bruno a tutti i costi voleva tornare a casa con il colore dell'ebano sulla pelle; già sulla barca  che ci trasportava nella nostra isola denuda il corpo eburneo e lo offre al sole e allo  sbigottimento di tutti; chi lo guardava sconcertato e abbagliato dal lucore delle tenere carni,  gli leggeva negli occhi la determinazione del tintarellista costi quel che costi. E il sole lo avvolge, lo abbraccia e lo ...cuoce a puntino; i suoi lamenti si sentono dai  bungalow vicini durante la notte insonne trascorsa a rigirarsi in piedi (le lenzuola del suo  letto erano di carta vetrata, ci diceva) e ad aggirarsi scottante nel buio luminoso della notte  stellata. La solita Franca, nelle vesti di crocerossina, lo cava dai guai spalmandogli un barattolo di  crema da centomilalire che lo allevia e ce lo restituisce pentito e vestito di un severissimo  tuxedo antifiamma.  In una lucente alba alcuni dicono di avere intravisto uno strano personaggio correre in  costume e scarpette su e giù per l'isola: era Eugenio (che scrive queste pagine) che si era  portato da casa il sogno di allenarsi; s'è poi saputo che, complice una volta il sonno, un'altra  il freddo della mattina (?), ancora le notti brave (a letto alle 22), poi il pericolo delle noci di cocco che cadevano imprevedibili e forse la vicinanza dell'equatore, l'avevano  miseramente fatto desistere dai suoi sogni di maratoneta (!). Ecco come i cavalieri erranti per i mari caldi, la nostra pattuglia di ricercatori di nuovi  orizzonti, ha goduto di una vacanza che rimarrà a lungo nella memoria.  Così tra sommozzate mattutine e apnee pomeridiane, battute di pesca e noci di cocco  spezzate con la tenacia, danze scatenate e tornei di barzellette, tramonti purpurei e notti  stellate e immense, tenerezze scambiate e subitanee dolcezze, sono trascorsi alcuni dei più bei giorni della nostra vita.  Eugenio Caccetta