Finalmente ci sono riusciti, dopo due tentativi andati a vuoto: nel 2001 l’aereo della  Madagascar Airways ebbe un’avaria a Parigi, e non potè essere riparato tempestivamente per  rispettare le tratte aeree successive; nel 2002 scoppiò una sommossa civile e i cieli malgasci  furono chiusi.   Ma Pippone, Sebastiano, Toti ed Eugenio (che scrive) hanno tenuto duro e sono riusciti a  partire per quest’avventura che li ha ripagati della lunga attesa.  Undici ore di volo da Parigi ad Antananarivo, capitale del Madagascar; ma tra un paio di  spuntini, qualche bicchiere di champagne e la visione del terzo episodio di Henry Potter, il  tempo è “volato”. L’Africa, Amici Miei, si distinguerà sempre per la lentezza burocratica e intellettiva dei suoi  pur affascinanti abitanti; in oltre trecento persone ci siamo trovati in una grande sala  aeroportuale sia per essere accreditati del visto di ingresso sia per passare il controllo  immigrazione. Il visto di ingresso ci è stato concesso in circa 3 minuti di tempo (ma provate a  moltiplicare tre per trecento e scoprirete come è trascorsa circa un’ora e mezza) per il costo di 200.000 franchi malgasci, equivalenti a 30,00 Euro, somma con la quale un indigeno può  mangiare abbondantemente per una settimana; dopo aver superato l’unica addetta ad  attaccare su ciascun passaporto le marche, ogni passeggero ha dovuto fermarsi davanti ad un  bancone oltre il quale un primo impiegato prendeva il passaporto e lo leggeva dalla prima  all’ultima pagina, il successivo controllava la corrispondenza tra i dati del passaporto e quello  che era stato scritto da ciascuno di noi sulla carta di immigrazione precedentemente compilata, quindi passaporto e carta di immigrazione passavano nelle mani di una terza persona che  trascriveva scrupolosamente tutto su un registro, dopodicchè tutto passava ad un quarto  impiegato che trascriveva di nuovo tutto su un computer, quindi il passaporto era consegnato  ad una signora che indossava un camice bianco, la quale controllava nuovamente tutto il  passaporto, guardava, anzi scrutava il viso di chi pretendeva di essere il titolare del documento e finalmente lo riconsegnava. E sono così sono trascorse oltre tre ore in una sala nella quale non c’era un bar, non c’era aria  condizionata, non si poteva uscire all’aperto, osservati da alcuni militari armatissimi e  circondati da scarafaggi lunghi otto centimetri (Sebastiano ha anche detto il loro nome latino,  ma io me lo sono dimenticato, scusatemi!…). Pensate che sia finita? Sopravvissuti ai quaranta gradi e alla sete, nella sala successiva ci hanno fatto trovare i bagagli  allineati per terra; ciascuno passeggero ha dovuto aprire il bagaglio e mostrarne il contenuto.  Tutti e trecento turisti avevano qualche cosa nella valigia che non poteva essere importata. Salvo a pagare qualche Euro di mancia.  Nel mio borsone c’erano i soliti limoni che mi accompagnano in ogni viaggio; quando i tizi  hanno sbarrato preoccupatissimi gli occhi e mi hanno fatto capire con gesti concitati che i  limoni non potevano passare, ho afferrato visibilmente inferocito quattro limoni e sono andato  a gettarli violentemente in un cestino, poi sono tornato indietro per prendere gli altri e gettarli, ma ho trovato il mio borsone già chiuso e il funzionario sorridente che mi faceva segno di  proseguire! A mezzanotte siamo usciti dall’aeroporto; la nostra guida, Totoavy Silasy Raimimanana (subito  ribattezzato Giorgio da Pippone), ci ha accompagnati verso il furgoncino col quale, dopo avere  caricato i bagagli, siamo partiti verso l’albergo.   Giorgio ci ha allietato durante il tragitto chiacchierando in una lingua che egli credeva fosse  italiano, rispondendo sempre “sì” a qualunque domanda gli facessimo. Pippone, con l’astuta  malizia del catanese, gli ha chiesto se fosse figghiiarrusa, e Giorgio ha risposto di si, come era  ampiamente previsto! Entrati in città, siamo rimasti sbigottiti nel vedere il livello di povertà della gente: uomini  vestiti di stracci dormivano per terra a gruppi di cinque/sei, donne che tenevano per la mano  bimbetti denutriti, mezzi bidoni nei quali erano accesi fuochi sui quali arrostiva qualche cosa  davanti a decine di persone che per la maggior parte guardavano soltanto. Nella grande piazza semibuia attorno alla quale si trova una serie di alberghi, di negozi e di  uffici, abbiamo osservato gruppi di ragazzi ubriachi che cantavano sguaiati, tenendo in mano  bottiglie di Gin, guardarci con occhi pieni di indefinito: non era possibile capire se ci odiassero, ci invidiassero e semplicemente non capissero nulla di quello che accadeva loro attorno. Siamo scesi rapidamente, abbiamo afferrato i nostri bagagli e ci siamo fiondati dentro  l’albergo che, manco a dirlo, era “corazzato”, cioè aveva una serie di saracinesche abbassate e  munite di grossi lucchetti; per entrare siamo passati attraverso un varco, anche questo  blindato, largo appena poco più di una persona. Di andare a cenare a base di carne e di  specialità malgasce, come avevamo deciso avremmo fatto quando eravamo ancora in volo, non  ne abbiamo più parlato, e siamo andati a letto dato che a nessuno di noi è venuta, chissà  perché, l’idea di andare a fare una passeggiata… Ed eccoci su un piccolo aereo (dieci posti) in volo verso il Sud; atterraggio di servizio a  Morondava e quindi giù fino a Morombè. Sorvolare il Madagascar da 2000 metri in un cielo blu è stato esaltante; si scorgevano  perfettamente i grandi baobab, poco a largo le balene spruzzavano il loro respiro bianco,  laggiù la costa del Mozambico. Un atterraggio delicato, ed eccoci nel profondo Sud di questa terra ammaliante. Un gruppo di ragazzini aspettava alcuni passeggeri che avevano volato con noi: erano tutti  bellissimi, neri, piccoli piccoli, vocianti, curiosi e ci guardavano caricare i bagagli su un  camion, residuato bellico, sul quale Paolo Castello, il capovillaggio e tutto il resto immaginabile per un uomo, ci ha accolto sorridente. E via, verso l’avventura. Pippone in cabina con Paolo, noi sistemati sul cassone posteriore, telone arrotolato e sedili di  legno, tra i nostri borsoni e il grande serbatoio supplementare del carburante. E via, sobbalzando dentro le buche mostruose di una strada a malapena sterrata e poco più  larga del camion, con i rami degli alberi della foresta nella quale subito ci siamo introdotti che  ci accarezzavano a volte, e frustavano altre, tra i mille odori affascinanti di essenze sconosciute. Abbiamo superato acquitrini, tratti di strada franati, pendenze mozzafiato, vegetazione  intricata, lunghi percorsi tra cactus spinosi mai visti prima neppure nei documentari  naturalistici, intravedendo animali indefinibili tra la fronde fitte degli alberi fioriti di rosso,  con questo camion eroico che cigolava e sembrava che da un momento all’altro dovesse  spaccarsi con un ultimo urlo. Per oltre tre ore siamo stati sballottolati, ci siamo scontrati spalla  contro spalla, abbiamo subito l’assalto delle zanzare, delle mantidi, delle cavallette, ci siamo  bruciati nei tratti desertici che seguivano all’intrico della foresta, siamo passati accanto ai  baobab innaturali nella loro enorme possanza, finché ecco laggiù il mare.   Creste bianche, onde smeraldo, flutti blu luminoso. Grandi uccelli librati nell’aria percorsa da un vento secco e tirato. Spiaggia infinita bianca come il latte.  Silenzio assoluto, oltre il canto del vento e i versi degli uccelli. Eulalie, la moglie malgascia di Paolo (bellissima, appena ventenne, corpo da efebo greco,  sorriso abbagliante, movenze suadenti) ci accoglie con una freschissima bevanda al pompelmo,  mentre Paolo ci racconta dei suoi ultimi dieci anni vissuti in questo posto a costruire con le  proprie mani il Laguna Blu Resort, isolato da tutto, a chilometri dal più vicino villaggio  indigeno. “Chiedete, e avrete tutto… o quasi!”; poi ci affida un bungalow con letto grande ciascuno. Le nostre ossa, disarticolate dal viaggio magnificamente orribile, scricchiolano ancora mentre  corriamo nei nostri bungalow, ci siamo strappati di dosso i vestiti impolverati e corriamo a  tuffarci in un Mare caldo, trasparente, profumato di iodio e di sale, leggero. Abbiamo galleggiato inerti, facendo sciogliere i muscoli intorpiditi, prendendo il sole  abbagliante anche attraverso le palpebre chiuse, e quando la nostra pelle ha cominciato a …  fumare, siamo tornati nelle nostre stanze, abbiamo indossato le magliette e via di corsa a  mangiare. Ed ecco arrivare a tavola una montagna di spaghetti perfettamente al dente e  arricchita da pesci, molluschi sconosciuti profumati di mare ed erbe deliziose in un sughetto da leccarsi le labbra fino a ferirle; poi un pescione di almeno cinque chili cotto perfettamente al  forno e coperto di spezie aromatiche e anelli di cipolla dolcissima. Sdraiati su comodissime poltrone sul patio, un rhum, il canto del mare, il frinire delle cicale  magasce, il gorgheggio di mille uccelli … gli occhi si chiudono nel primo meritato sonno già  pieno delle sensazioni appena vissute. I piani: immersioni, arrampicarsi sui baobab, spiare i fenicotteri, andare a caccia, visitare il  villaggio dei pescatori, assistere alla Messa in una lontana missione, scorazzare con la piroga e insidiare i pesci con le lenze, osservare la preparazione delle conchiglie che saranno vendute in tutto il mondo, osservare come si essiccano i pesci, andare a pescare con le canne d’altura… Il primo tuffo: giù a capofitto lungo venti metri di cristallo, grande pianoro fessurato, alcionari  enormi e variegati, grasse cernie multichilogrammose, carangidi panciuti, ombrine con i  pigiami a righe bianche e gialle, altre ombrine con la livrea argentata e maculata di giallo,  lunghe murene marrone ma anche ad anelli gialli e bianchi, l’ombra dello squalo laggiù,  diecimila pascetti rossi gialli blu verdi rosa striati e frenetici, un polpo (più piovra, veramente)  che si allontana calmo calmo, cambiando venti volte di colore. Lo so, non si fa, ma è saltato fuori un arbalete e qualche pesce è stato sacrificato alla nostra  tavola…!  Rientriamo al villaggio con la testa trasformata in grande tana piena dei pesci che abbiamo  ammirato, inseguito, stuzzicato, temuto, desiderato… La lunghissima spiaggia di sabbia abbagliante conduce, in circa mezz’ora di passeggiata (o  forse di più), fino a un villaggio di pescatori; cappellino, pelle coperta da uno strato di un  centimetro di crema protezione almeno 40, occhiali da sole scurissimi, ci avviamo lungo la  battigia; a un paio di centinaia di metri dall’agglomerato di capanne, siamo avvistati da una  banda di ragazzini che ci corre incontro ridendo e gridando: sono coperti da cenci, camicie  strappare ancorché pulite, pantaloncini a brandelli. Distribuiamo magliette, pantaloni,  costumi, calze: tutto ciò che abbiamo portato apposta da donare a questa gente veramente  povera, che non conosce quasi il denaro. Ci regalano meravigliose conchiglie, e un miliardo di  sorrisi assai più belli delle conchiglie perché vengono dal cuore. Toro con le braccia colme dei gioielli del mare, ma con la mente perduta dietro quei sorrisi  sinceri e pieni di gioia per avere ricevuto quanto per me è assolutamente superfluo… Andiamo a vedere i fenicotteri. Saliamo sul “nostro” camion. Vedo che Paolo ha con se un  fucile da caccia. Dopo aver superato una palude e un tratto fuori pista veramente dissestato,  scendiamo e ci avviamo piegati in due fino alla riva di un grande lago sul quale un gruppo di  alcune centinaia di fenicotteri si aggira lentamente. Scattano gli otturatori e fissiamo le  immagini dello stormo che si solleva in volo e ci mostra il meraviglioso colore rosa del  piumaggio di questi splendidi uccelli. Poco più in là, su un grande baobab, cento uccelli candidi sono intenti a cantare e a riposarsi;  per poco, perché ci avviciniamo e ancora le nostre macchie fotografiche scattano le immagini di quel volo candido che ci ricorderà per sempre in quale magnifica natura stiamo vivendo una  specie di sogno. Improvvisamente sentiamo due spari consecutivi; corriamo verso Paolo, e lo vediamo con due  anatre ben polpute nella bisaccia. Risaliamo sul camion per andare nella foresta di baobab. Di  colpo uno stridio di fremi, ci sentiamo proiettati e contemporaneamente ecco un altro colpo di  fucile: cinque o sei uccelli che si alzano in volo e altre due anatre galleggiano sulla superficie di una grande pozzanghera; anche quelle finiscono nella bisaccia.   I baobab non sono enormi: sono più grandi!   La corteccia è variegata, i rami sembrano scheletrici, poche foglie, pochi frutti vellutati. Si narra che il baobab era una pianta straordinariamente ricca di foglie e di frutti, e che i suoi  bellissimi rami erano popolati da miriadi di uccelli che trovavano frescura, ombra e cibo nelle  chiome folte, intricate e ricche. Un giorno il baobab si insuperbì e disse: “Sono l’albero più bello della Terra!” Dio si arrabbiò, lo sradicò, lo capovolse e lo piantò nuovamente. Da allora il baobab non ha più la chioma e i sui rami scheletrici (le vecchie radici) si tendano al  cielo per chiedere perdono e riavere le mille foglie perdute… Alle 23 Paolo stacca il generatore (non si sente, è molto lontano dal resort); e allora si svela lo  spettacolo più immenso e affascinante che Dio ci ha messo a disposizione: il cielo stellato. Tu che mi stai leggendo non puoi immaginare, se non sei stato in un luogo dove non c’è nessuna luce artificiale nel raggio di centinaia di chilometri, quanto sia profondo il nero vellutato del  cielo notturno. E non puoi immaginare quanto brillino le stelle.  Le nostre quattro sedie-poltrone, i nostri bicchieri con il rhum, cielo e stelle, chiacchiere oziose, filosofiche, vaganti, vaneggianti, libertà agli occhi di chiudersi lentamente o di fissare quella  costellazione (ma qual è?) o la luna enorme e luminosa oltre ogni immaginazione possibile. Un giorno mi sono svegliato con la febbre. Loro, maledetti, sono passati davanti il mio bungalow, chiacchierando ad alta voce (troppo  alta) e descrivendo il luogo di immersione che andavano a visitare; mi hanno salutato  discretamente e se ne sono andati… Nel pomeriggio sono andati a pescare con le canne d’altura senza di me e hanno preso alcuni  tonnetti. Io, a cena, ho voluto solo due uova fritte. Durante la notte l’antibiotico ha avuto un effetto portentoso e la febbre è svanita (o è stata  portentosa la mia sete di vendetta?). Di mattina siamo saliti sulla piroga e ci siamo allontanati remando verso il largo per andare a  pescare con le lenze libere; la mia pagaia (ero l’ultimo) sbagliava continuamente e ad ogni  colpo sollevava un gavettone che piombava ora sull’uno, ora sull’altro che si trovava davanti a  me. Poverini, mi è tanto dispiaciuto che si siano bagnati tutti… La domenica mattina che siamo arrivati nella Missione, siamo stati accolti da una torma di  ragazzini vocianti; poi i rintocchi della campana ci ha richiamati in Chiesa: un capannone con  una serie di panche sulla quale ha preso posto tutto il villaggio. Un altare rustico coperto da un drappo bianco, un crocefisso alla parete, un robusto prete con una gran croce rossa sul petto e  una fluente barba bianca, tutti cantavano melodiosi motivi religiosi. Allo scambio del segno di  pace, si sono abbracciati sorridenti e si sono guardati negli occhi pieni di speranza e di  sincerità. Ho guardato dentro le loro capanne: miserevoli ambienti nei quali, però, la dignità sgorgava  dalle piccole suppellettili ordinatamente disposte su mobili immaginari, dal focolare con il  fuoco di legna sul quale pendeva una pentola di ferro borbottante piena di molta acqua,  qualche vegetale e un pesce, dal lettone sul quale avrebbe dormito tutta la famiglia, dalla  tendina sdrucita ma vezzosa che copriva l’unica finestrella.  E i bambini, tanti bambini, hanno tutti grandi occhi scuri e luminosi che ti guardano sereni,  senza l’odio che dovrebbero avere per chi ha tutto quello che loro neppure sanno esista. Nel villaggio, su stuoie intrecciate, sono distesi i pesci aperti a metà e diliscati: un grandissimo fetore mentre seccano al sole. Parte sarà il loro cibo quando il mare non consentirà la pesca,  parte sarà venduto. Anche le conchiglie, pescate a centinaia, svuotate dall’animale che è consumato come pasto  pregiato, sono lasciate al sole per qualche tempo e poi insaccate in grandi confezioni di tela di  juta e avviate alla vendita dal solito collettore che compra a centesimi e vende a poco di più ciò che è acquistato ad alto prezzo nei negozi del mondo. Una mattina ho guardato il mare verde e azzurro, le creste bianche laggiù, una barca che si  allontanava con la vela al vento; e poi sono salito sul camion che mi ha riportato al piccolo  aeroporto. Ci siamo abbracciati, con Paolo, che è riuscito a fare questa scelta di vita. E’ felice. Appena giunti ad Antananarivo, siamo saliti su un pulmino che ci aspettava e siamo partiti per  una località nel cuore di una foresta tropicale, riserva nazionale; siamo arrivati a notte fonda  dopo circa 5 ore. L’albergo è una magnifica costruzione centrale di legno circondata da deliziosi appartamentini  sempre di legno. Tutt’intorno la foresta, con i suoni sconosciuti, i canti degli uccelli, i gridi degli animali che non si vedono, il frusciare delle foglie, il profumo intenso, fortissimo dei fiori. Scarpe da trakking, pantaloni lunghi e camicia con le maniche lunghe, guida locale che  praticava un italiano quasi perfetto, e poco dopo il sorgere del sole ci siamo addentrati nella  natura verde.  E li abbiamo visti: tra gli altri animali, ci hanno stupito i camaleonti piccolissimi, colore dei  tronchi sui quali vivono, sei o sette centimetri compresa la coda; quelli giganteschi verdi e rossi, trenta centimetri più la lunga coda arrotolata sui rami; i lemuri dai grandi occhi che fissano  immobili da quelle “facce” piatte; i tacchini selvatici alti un metro; le orchidee; un insetto  stranissimo, con la corazza chiodata, lungo quasi dieci centimetri; scorpioni scuri e temibili, e  altro ancora lassù, nell’intrico dei rami, fino al tramonto rosso oltre le cime. Mentre il potente 747 mi riporta in Italia, sento che il Mal d’Africa mi costringerà a venire di  nuovo in questa terra che nasconde il segreto della cura dell’Anima. Eugenio Caccetta