Mi sento ancora immerso nel verde intenso del piccolissimo arcipelago brasiliano nel quale,  insieme con Valerio, ho trascorso una settimana in assoluta serenità e dolcezza. L’isoletta nella quale ci siamo trovati è poco più grande della mia città, ed è dichiarata parco  naturale.   Il mare tutt’intorno è riserva marina e non vi si può né pescare né immergersi; mentre  alcune spiagge sono frequentate dalle tartarughe marine osservate con cura dai biologi  internazionali del Progetto Tamar, altre guardano i luoghi di concentrazione dei delfini che  si riproducono a poche decine di metri dalla costa. Il luogo che ci ospitava, in camerette spartane ma con aria condizionata, denunciava  chiaramente la propria origine militare; ed infatti, fino a qualche anno addietro, era una  base di ascolto NATO occupata da truppe statunitensi; così il "ristorante" ammetteva  volontariamente di avere appena terminato di essere il "refettorio" della truppa; ma proprio tutto questo che vi ho appena descritto rendeva particolarmente stuzzicante l’esserci. Di primo pomeriggio, appena arrivati, dopo avere conosciuto il resto degli italiani che  condividevano con noi gli "alloggi", siamo andati sulla vicina spiaggetta: una sottile e  deserta striscia di sabbia sottilissima che separa una muraglia verde di piante intricate, dai  cavalloni azzurri di un mare trasparente; e lì, sulla battigia, mucche e magnifici cavalli  prendevano il bagno e giocavano a spruzzarsi con le code. Non l’avrei creduto se non l’avessi visto! A sera tutti insieme ci ritroviamo a parlare con il responsabile del diving center, e riceviamo una brutta notizia: il parco marino era stato interdetto alle immersioni, sicché ci si poteva  immergere solo in una piccola zona fuori della riserva, o su un relitto a -52. Mugugnando ci prenotiamo tutti.  É mattino presto; esco dalla camera e vedo alcuni cavalli gironzolare nei vialetti, due cuccioli di cane rincorrersi, e mamma gatta venire subito a miagolare per ricevere un boccone per  sfamare i piccolini nascosti sotto una pianta.  Tutto mi sembra irreale: una specie di jungla tutt’intorno, cavalli in mezzo a costruzioni  militari seminascoste sotto enormi ficus, gattini miagolanti, i viottoli ortogonali dei classici  accampamenti predisposti per la guerra, e la pioggia torrenziale per alcuni minuti che lascia  poi il passo al sole accanito. Al refettorio troviamo la frutta, una serie infinita di bustine di infusi dai sapori delicatissimi,  il caffè (ma non quello brasiliano che ci potrebbe aspettare), qualche fetta di dolce secco,  altre cose consuete, ma tutti andiamo di fretta perché tra poco si parte per la prima  immersione. Bella barca ci diciamo, e dopo i convenevoli di rito saltiamo in acqua; a -20 siamo circondati  da nuvole di pesci-pigiama grandi così, mentre una tartaruga si allontana con calma  assoluta; tutt’intorno barracuda silenziosi ci guardano con i loro occhi freddi mentre le loro  livree argentee lampeggiano; e lì, poco oltre i tre metri di distanza, gli squali eleganti,  sinuosi, padroni, insolenti nella loro sicurezza, ci girano intorno. Il flash scatta senza sosta, e la pellicola termina in pochi minuti; e allora mi trovo a  gironzolare intorno a costruzioni madreporiche frammiste a costoni di lava assaliti da  spugne incrostanti di mille colori: è come essere immersi nel Mediterraneo ed avere intorno anche i coralli equatoriali, tra branchi di pesci di taglia sostenuta sui quali lanciarsi ed avere  la sensazione di sfondare un muro! La quantità di pesce è incredibile; mentre mi aggiro tra  questo strano mondo di lava nera e di corallo d’avorio, mi imbatto in due "milanesi" quasi  in groppa ad un’aragosta dalle proporzioni spropositate: c’era da avere paura a guardare il  mostro corazzato agitare minaccioso (poverino, solo per paura!) le lunghissime antenne;  appena liberata dalle prese, la gigantesca aragosta si allontana a balzi olimpici e scompare in  una profondissima tana.   Mentre torniamo passiamo davanti la spiaggia dei delfini.   Pochi minuti e siamo circondati da un gruppetto di giovani maschi guidati da tre o quattro  delfini più anziani e di taglia maggiore; ci spiegano che nella piccola baia che stiamo  attraversando, questa specie di delfini (Stenella longirostrus) ha stabilito la propria zona di  sosta e di riproduzione; durante la notte tutti vanno a caccia per rientrare alle prime luci  dell’alba; da quel momento in poi gruppetti di maschi a turno fanno la guardia, mentre le  femmine e gli altri maschi "non in servizio di vigilanza", riposano e si occupano dei piccoli;  quando un nemico potenziale (quale potrebbe sembrare una barca) si avvicina al loro  territorio, scatta l’azione diversiva dei delfini di guardia che, correndo intorno e avanti,  trainano il "pericolo" lontano dalle famiglie. Appena la nostra barca rallenta per farci  godere lo spettacolo di questi magnifici cetacei, il più anziano di loro salta fuori dell’acqua e  si arrotola un paio di volte in aria prima di ricadere: tutti ci meravigliamo e gridiamo di  stupore, mentre la nostra guida ci dice che quello è il segnale convenzionale al "gruppo di  difesa" perché rimanga intorno alla barca finché questa non si allontanerà.   Sembra incredibile, ma non bisogna dimenticare che i delfini sono mammiferi la cui  intelligenza è stata più volte valutata molto vicina a quella umana; è abitudine di questa  specie, per esempio, sostenere il compagno in difficoltà dimostrando un comportamento  altruistico che forse l'Uomo sta ormai perdendo; oppure vedere la mamma aiutare il piccolo  che dorme sollevandolo fino in superficie per farlo respirare evitandogli così, alla fine  dell’apnea, di trovarsi troppo lontano dall’aria.  Di sera andiamo in paese, il centro abitato nel quale vive la maggioranza degli abitanti  dell’isola (poco più di mille persone); nel piccolo bar trasformato in "discoteca", sulle cui  pareti sono disegni e scritte inneggianti alla vita a contatto con la natura, incontriamo la  gioventù locale, ragazze e ragazzi vestiti di magliette e pantaloncini, ballare una specie di  lambada dai movimenti armonici che ci lascia senza fiato; alcuni di noi si lanciano ma il  risultato non è fra i più esaltanti, così rimango ad osservare la flessuosità di quei corpi dalla  pelle scura muoversi come se cavalcassero le onde del mare, ascoltando la musica e bevendo la "taquepirinha" (aqua de canha, pezzetti di lime, zucchero di canna e ghiaccio, tutto  agitato "esclusivamente" dentro un barattolo qualunque!), per poi tornare a casa a bordo di  una rumorosissima dune-buggy sotto un cielo carico di stelle mai viste (siamo nel Tropico del Capricorno).  E poi eccoci sul relitto con cinquanta metri di acqua trasparente sulla testa; ci aggiriamo  sulla tolda e cavalchiamo il cannone di prua; barracuda di quasi due metri ci osservano  tanto da vicino da poterli toccare e contare i denti aguzzi del sorriso stereotipato, fisso; una  cernia tropicale di oltre cento chili si allontana maestosamente dopo averci dato un’occhiata  curiosa, mentre un branco senza numero di una specie simile ai nostri saraghi, ci copre la  vista di un trigone grande come un tavolo che "vola" lontano con movimenti misurati e  silenziosi. É magia questa che stiamo vivendo... E poi abbiamo assistito ad una favola: la nascita delle tartarughe e la corsa sicura di quei  corpicini verso il grande mare. É pomeriggio inoltrato quando incontriamo la biologa che ci accompagna in una spiaggia  nella quale paletti rossi segnalano la posizione di decine di "nidi" di tartarughe verdi, il tipo  che si riproduce in questo arcipelago; improvvisamente le tartarughine emergono dalla  sabbia e, senza un solo attimo di indecisione, corrono tutte simultaneamente verso la  battigia, agitandosi sulla sabbia, superando gli ostacoli faticosamente, ma senza ricevere da  noi alcun aiuto, salvo che quello di fare attenzione che uccelli o granchi non aggredissero le  piccoline provate da uno sforzo incredibile; avevamo le lacrime agli occhi quando l’ultima,  quella che poverina aveva trovato i maggiori ostacoli e che arrivò al mare ormai sfinita, fu  presa sotto braccio da un’onda gentile che l’accompagnò nel suo mondo nuovissimo. L’ultima sera l’abbiamo trascorsa nel bar che fino alle 11 ci era stato riservato per  consumare una cena straordinaria: antipasto di prosciutto langhirano, patè di fegato d’oca,  formaggio francese, olive (le leccornie erano state portate da una coppia di lungimiranti  milanesi); poi arriva in tavola un carpaccio di cernia tropicale al lime, olio extra vergine  d’oliva ed erba cipollina; e ancora pasta al profumo di mare e un canestro spettacolare di  aragoste enormi. Umberto, il romano che non posso definire meno che cuoco sopraffino, mi  mette davanti un’aragosta di oltre un kilo che divoro dopo il primo attimo di perplessità,  mentre tra mugolii di piacere quella ventina di crostacei (dal sapore ottimo molto vicino al  nostro mediterraneo, sicuramente per via dei fondali di roccia lavica) scompare dai nostri  piatti con velocità da Formula 1.  É ora di partire; mi guardo intorno un’ultima volta e il mio sguardo si immerge nel fitto  verde che ci circonda, i miei sensi si stordiscono nel profumo di mille fiori e la mia mente si  perde in questa natura incontaminata.  Mentre l’aereo decolla mi torna alla mente una frase scritta su una parete del bar: A vida  existe na natureza e na propria simplicidade da vida (La vita è nella natura e nella propria  semplicità di vivere). Eugenio Caccetta