Amici miei, Vi racconto il Viaggio Blu della Vostra Scuola a El Quseir. La pattuglia dei Mari Caldi quest’anno era composta da Caterina e Massimo (in viaggio  prenozze), Maria e Pippo (in viaggio postnozze, dopo 28 anni), Alessandro, Carmelo, Eugenio,  Michele, Sebastiano, Valerio e Vincenzo. A Fiumicino, tutti insieme, gran baccano. Già pregustando quanto avremmo visto, non  abbiamo mai smesso di parlare nelle tre ore di volo verso Il Cairo. Anzi, c’è stato un momento nel quale s’è detto qualcosa di diverso: avevamo una bevanda nel  bicchiere, quando un vuoto d’aria piuttosto “vuoto”, ci ha fatto ritrovare tutti bagnati e intenti  a inventare nuove espressioni di “disappunto”!!! Il Sofitel, lucente di marmi, ci ha accolto nelle sue stanze per il primo riposo in terra egiziana. La mattina dopo è cominciata la nostra avventura nelle strade del Cairo: stipati dentro taxi  condotti da pazzi da catena, abbiamo attraversato, mezzo atterriti e mezzo urlanti, le strade  straripanti di traffico fino al Museo Egizio.  Parlando un italiano perfetto, ci avvicina uno sconosciuto che si offre come guida; ci  guardiamo in faccia, decidiamo che il tizio ci fa simpatia, e ci affidiamo.   Mai scelta migliore! Jasser ci accompagna per le sale, sempre più sbalorditi, e ci racconta, per  oltre due ore senza soste, delle meraviglie di quell’antico popolo raffinatissimo e colto. Il sarcofago d’oro di Tutanchamon è un incredibile cesello aristocratico, minutissimo, prezioso  non solo per il metallo: un paio di metri di artigianato inarrivabile, di delicatezza piena  d’amore, di limpidezza cristallina.  Poi la maschera d’oro massiccio di questo Faraone morto giovanissimo: i nostri occhi sono  abbagliati dalla bellezza dei lineamenti e dalla purezza dei tratti resi con una maestria  inarrivabile.  Temo che nessuno, oggi, sappia creare un gioiello così perfetto e squisito. Chiediamo a Jasser di accompagnarci nel suck, e ripartiamo con altri tassisti, anche questi  matti come ubriachi.  Qui i mille mercanti offrono l’impensabile, ma attenzione: avuto il prezzo non si può comprare  senza mercanteggiare per almeno mezz’ora; se mai capitasse che uno provi a pagare alla prima richiesta, il venditore si offenderebbe e rifiuterebbe di cedere la merce! “E adesso andiamo a vedere le piramidi”, ci dice l’infaticabile guida. Siamo stanchi; giriamo da oltre cinque ore e la temperatura è vicina ai 40°. Ma quando ci troviamo ai piedi di quelle costruzioni vecchie di cinquemila anni, ci vengono le  vertigini: il capo riverso, subiamo la materia possente che ci sovrasta, la sensazione  dell’immortalità, noi granelli vivi solo per un microsecondo, mentre la Sfinge, enigmatica, ci  guarda dall’eternità.  Appena in albergo, saltiamo in piscina e dalla vetrata guardiamo ancora, sembrano vicine così  immense, le piramidi imperiture. Satolli per la cena raffinata, accompagnati da Jasser, saltiamo su un taxi scassatissimo e con il  conducente quasi cieco; zigzagando, abbracciati l’uno all’altro, arriviamo vivi, grazie al cielo e  non all’autista, in un giardino dai mille profumi.  E poi uno splendido fiore, flessuoso e seducente ci arroventa il sangue nelle vene con un’erotica danza del ventre. Non sappiamo quante ore siano trascorse fumando il narghilè, e desiderando di essere soli con la magnifica danzatrice; storditi dal tabacco odoroso di mela e di chissà cos’altro, ci  ritroviamo, il lucore del mattino ormai prossimo, nelle nostre stanze. Appena appoggiamo il capo sui cuscini, trilla la sveglia…è ora di ripartire!  Voliamo a Hurgada, e da lì un pullman comodo e fresco, ci porta al resort Utopia.  Subito maschere e pinne, e ci tuffiamo in cinquanta centimetri di Mar Rosso. Siamo circondati da mille pesci, livree incredibili, forme impensate. Caterina è una ragazza irrefrenabile, esuberante di stupore: e grida la propria meraviglia e la  gioia di trovarsi in quel mare eccessivo di pesci, di coralli e di colori. Corriamo sulla spiaggia bianca di sabbia lucida; nel diving centre concordiamo l’ora per la  partenza di domani.  Utopia 1 è una barca bellissima, cabina confortevole, pozzetto posteriore ampio e comodo, gran prua piatta e ponte superiore per prendere il sole. “I delfini”, grida Caterina dalla ruota del timone: dieci, venti delfini ci corrono incontro,  saltano davanti la prua, fischiano, piroettano nell’aria, e appena saltiamo in acqua, ci girano  intorno per accoglierci, nuovi compagni di gioco. Ma eccoci nel silenzio scricchiolante di questo mare trasparente come il cristallo. Mentre entriamo in una nuvola di pesci curiosi di noi e che ci abbracciano nella loro  innumerabilità, improvvisamente uno scarto collettivo, e subitanei si materializzano gli squali:  padroni dell’ambiente, movimenti languidamente flessuosi, si avvicinano, ci scrutano  inquietanti e poi si allontanano indifferenti, mentre tutti noi ci accorgiamo di non aver  respirato per minuti, sospesi nell’ammirazione impaurita e affascinata di quelle creature  perfette. Vengono a esaminarci mentre seguiamo una tartaruga che si lascia accarezzare e rimane con  noi per tutta un’immersione, mentre osserviamo murene gigantesche e mansuete, mentre una  manta si allontana volando silenziosa, mentre ammiriamo il mantello variegato delle grandi  tridacne. Sono sempre intorno a noi, anche se non li vediamo, osservano i nostri movimenti e  poi, d’un colpo, eccoli a due metri, sospesi senza alcun movimento dei corpi affilati e possenti. Girovaghiamo nei giardini di corallo più belli che non abbia mai visto, mentre alcionari dai  cento colori ondeggiano dolcemente; sotto un ombrello corallino di oltre due metri, una  vecchia, enorme cernia ci guarda dall’ombra; più oltre ci imbattiamo in un grande pesce istrice  e gli nuotiamo a fianco scattando decine di foto; ci inseriamo in banchi di centurie di dentici;  ammiriamo nelle fessure una moltitudine di “ombrine in pigiama”, col mantello a strisce gialle  e nere; in una dorme uno squalo nutrice di oltre due metri, e vien voglia di accarezzarlo. E’ tutto meraviglioso. Un pomeriggio ci crogiolavamo al sole; accanto a me Vincenzo, lunghi capelli fluenti fino alle  spalle. Ed ecco avvicinarsi un ragazzo a cavallo; mi chiede in inglese se posso convincere Vincenzo,  che chiama gesù, a intercedere presso l’uomo bianco sdraiato cinquanta metri più in là accanto  alla moglie. Vorrebbe avere la sorella della sua bella donna, e offre in baratto cento cammelli e  un asino. Ci dice che nella vita ognuno di noi ha almeno una volta bisogno di aiuto, ed egli,  oggi, ha bisogno dell’aiuto di gesù che, con il suo carisma, può convincere l’uomo bianco a  concedergli la donna.  “Lets go”, dico ridendo. Il ragazzo aiuta gesù a salire sul cavallo e, da bravo palafreniere, afferra le briglie e lo  accompagna; e io dietro. L’uomo bianco è un milanese (cioè poca fantasia) e si altera. Rincaro la dose e aggiungo che il ragazzo egiziano dichiara di non essere geloso e, se la moglie non ha sorelle, egli è disposto ad accettare in cambio la moglie stessa dall’uomo bianco,  aumentando l’offerta con un altro asino.   Il milanese (sempre meno fantasia) si arrabbia ancora di più.   Gli spiego allora che, evidentemente per tutti, tranne che per lui, è stato uno scherzo, e lo invito a sorridere alla candid camera!!!  Quella sera accendiamo sulla spiaggia un fuoco per arrostire l’abbondante pesca ferrata da  Pippo e dalla sua ciurma (Sebastiano, Michele, Alessandro e Carmelo); divoriamo cernie,  carangidi e tonnetti, innaffiati da un, purtroppo, modesto vino egiziano, e restiamo a cantare,  mangiare e bere fino a tardi, sotto una luna immensa.  Una mattina alle 5 partiamo per una nuova avventura, e attraversiamo 400 kilometri di  deserto torrido. Dopo tremila anni le colonne dei templi di Luxor e di Karnak, alte quasi venti metri, svettano  su di noi, agili e magnifiche. Colossali statue d’un sol pezzo, il sorriso enigmatico, sembrano vive nell’aria rovente; pareti  istoriate di geroglifici e dei racconti delle gesta bellicose dei grandi faraoni guerrieri, smisurate sale con le pareti ancora dipinte di colori che hanno resistito al trascorrere di millenni di  intemperie. E’ tutto grandioso, enorme, irreale. Nella Valle dei Re la calura che si riflette sulla sabbia, fa salire fino a 48° la colonnina nelle rare zone all’ombra. Suggestionati dai racconti delle maledizioni millenarie, entriamo nella tomba  di un faraone: sulle pareti che scendono sotto terra, disegni dai colori tuttora smaglianti  raccontano l’adorazione del dio Sole e della dea Vita. In fondo, la camera con il sarcofago  monolito, poderoso, imponente. Uscendo dalla frescura di quella caverna oscura, il sole torrido mi strina i capelli. Paese leggendario. Mentre volo verso la mia terra, nella mente si affollano le immagini dei  gioielli del faraone, delle mille vite brillanti dei colori del mare più bello del mondo, della  Sfinge dallo sguardo roccioso, delle soavi serate sotto la luna sempre più piena, del livello del  Nilo che ha lasciato tracce indelebili sulle pareti millenarie dei templi immortali, del mantello  metallico degli squali poderosi. Scorrono i miei ricordi, mentre sorvoliamo la magica, incantata, fascinosa Capri.  Eugenio Caccetta