A fine settembre siamo partiti, mio figlio Francesco ed io, per Cuba. Ambedue siamo visitatori  ricorrenti di quella splendida, povera isola tropicale; Francesco aveva già visto Cuba nel 2006,  ancora decenne, visitando Habana, Holguin e Santiago in un memorabile viaggio nel corso del  quale abbiamo conosciuto fortuitamente una guida del luogo che ci ha accompagnato in cento  posti non convenzionali dei quali non si ha menzione nelle offerte delle agenzie di viaggio. Io avevo visitato Maria La Gorda, nell’estremo nord dell’isola, nel 1992 e son voluto tornare a vedere I Giardini della Regina che nel 2005 mi avevano sbalordito. Oggi dichiaro che, tra le  decine di Mari Caldi nei quali ho nutotato, Maria La Gorda e I Giardini della Regina sono  stati i luoghi più incantevoli. Però... è un viaggio faticoso! Prima i lunghi voli Catania/Roma/Madrid/Avana, più di 20 ore. Poi da Avana al porto di  Jucaro 6 ore di pullman. Da Jucaro, dove ci si imbarca per raggiungere la tanto agognata meta, 5 ore. Bisogna prepararsi psicologicamente e sapersi autoipnotizzare per prendere sonno sull’ultima  tratta del volo (oppure serve la Valeriana); però all’arrivo sul luogo si rimane a bocca aperta.  Quando all’orizzonte, dopo tante ore di Mar dei Caraibi deserto, ho visto la linea scura della  terra, mi sono sentito rinascere. Ancora più stupore per me quando, entrando in una specie di  atollo verde intenso nel quale era “ormeggiata” una sorta di chiatta, ho riconosciuto  immediatamente l’albergo galleggiante Tortuga nel quale avevo trascorso la settimana  splendida che ho raccontato nel Viaggio Blu del 2005. Emozione fortissima entrare nuovamente in quell’atollo completamente ricoperto di  mangrovie, col fondale fitto di poseidonia dei Caraibi, diversa dalla poseidonia oceanica del  nostro Mediterraneo: più sottile e corta, di colore verde chiaro piuttosto del verde smagliante  della “nostra”. Stesso cantare di uccelli, stesso volo pesante dei pellicani, stessi trampolieri bianchi, stesse  fregate alte nel cielo azzurro intenso! Mi sembrò che il tempo si fosse fermato! Ormeggiata la nostra Georgiana, barca nuovissima, che ha iniziato la navigazione nell’ottobre  2012, 30 metri di lunghezza, 6 cabine doppie o triple dotate di aria condizionata e bagno,  comoda zona diving a poppa, sul ponte superiore salone da pranzo, bar, grande cucina a vista e  solarium.  Un sogno di comodità spartana e di sorrisi del personale di bordo proteso a realizzare i nostri  desideri. Subito a tavola per pranzare e incontrare i nostri compagni di viaggio: una coppia di  giovanissimi israeliani, una coppia di tedeschi, una giovanissima e bella colombiana scura di  pelle con un più maturo e altissimo sudafricano bianco, uno spagnolo e noi due ITALIANI!  (Non cesserò mai di essere fortissimamente campanilista Isolano e Italiano. Non per niente  siamo i Migliori del Mondo). Dopo il pranzo abbondante e variegato di frutta tropicale, il  nostro divemaster Gioele ha raccolto i brevetti di ciascuno di noi e ci ha illustrato la vita di  bordo, fatto vedere ormeggiato accanto alla Georgiana il motoscafo comodissimo e veloce con il quale avremmo raggiunto i luoghi di immersioni, invitato a godere la bottiglia del Ron  Santiago de Cuba che sarebbe stata sostituita da altra una volta che l’avessimo vuotata,  spiegandoci che a Santiago de Cuba è nata la musica cubana, che da lì è partita la rivoluzione  cubana (che ha regalato loro Castro ... n.d.r.) e che lì è nata la tradizione cubana nella  produzione del rum. Per questo a Cuba, ha raccontato, si dice che Santiago è la “Cuna del ron  ligero”, leggi “Culla del rum frivolo”. Abbiamo abbondantemente goduto, vuotando (solo di sera, però) ben tre bottiglie in sei giorni! Pensate che sia stato un bene che le bottiglie fossero di 700 cl, sapendo che a bere eravamo solo in 6? Ed eccoci in acqua per la prima immersione: la trasparenza che mi ricordavo non c’era: la  visibilità non superava i 10/15 metri. Gioele ci ha detto che durante l’estate cubana le acque del mare sono torbide per via della  fioritura delle piante marine; la migliore limpidezza si trova tra dicembre ed aprile, mesi nei  quali l’acqua è leggermente più fredda, ma consente visibilità di 30/40 metri. Comunque, le rocce erano letteralmente ricoperte di coralli molli di cento colori, gorgonie  gigantesche, spugne delle forme più strane: grandi botti, larghi strati di tanti colori, lunghe  canne d’organo gialle tendenti al verde, ventagli di non so cosa sui quali si affollavanno  piccolissimi pesci, anemoni colorati da cui tentacoli si facevanno accarezzare i “pagliacci”,  grosse conchiglie che si trascinavano sulla sabbia. Insomma, la solita stupida frase “di tutto, di  più” questa volta è necessaria! Ma la storia ha avuto un seguito straordinario dalle successive immersioni. La mattina dopo vediamo Gioele salire sulla barca appoggio con una pesante scatola di metallo  grigio bucherellata; giunti sul nuovo ormeggio, mentre noi ci vestiamo di neoprene, egli fila la  scatola grigia trattenuta da un cavo di una decina di metri. Qualche minuto dopo saltiamo in  mare anche noi. Giù velocemente fino ad un fondale di -30 e ci imbattiamo in un banco di  grossi pesci indaffarati ad entrare ed uscire da una spaccatura nella roccia; sono bellissimi,  argentati, sinuosi, misurati. Ne osservavo con curiosità la mandibola rivolta verso l’alto:  somigliavano ai tarponi. Poi ecco passare due dentici grandi, anzi grandissimi, un gruppo di  carangidi, due barracuda lunghi oltre un metro. E cernie che si avvicinavano indolenti fino  quasi a sfiorarci. Dopo una trentina di mninuti ci ritroviamo al punto dal quale sale il grosso  cavo che trattiene la boa d’ormeggio e Gioele ci fa segno di risalire. Risalire?! La strada è  sbarrata da una dozzina di squali che girano attorno alla scatola grigia, fermandosi alcuni per  azzannarla. Cernie panciute lunghe 80/100 centimetri girano anch’esse attorno alla scatola  spingendola col muso. Squali e cernie non ci degnano di uno sguardo: sono interessati alla  scatola misteriosa. Il secondo divemaster Gianni (così lo chiamavamo Francesco ed io!) si  avvicina alla scatola, fa scorrere di una decina di centimetri lo sportello e ne estrae la coda di  un grosso pesce che è subito afferrata in un lampo da una cernia che precede d’un attimo uno  squalo. Perbacco (o forse un’altra parola, non ricordo bene...): i fori della scatola grigia servono a  rilasciare l’odore delle lische dei dentici che la sera prima avevamo mangiato a cena! Tutti noi, impietriti, stiamo fermi a 6/7 metri di distanza e osserviamo Gioele e Gianno che con destrezza  afferrano la punta della coda degli squali, la sollevano mentre gli squali si abbandonanno senza  un movimento rimanendo letteralmente “addormentati” in quella posizione; dopo quindici o  venti secondi quei due pazzi lasciano andare gli squali che scappano velocissimi. Perbacco, pensiamo tutti, maschi e femmine. “Si trattava di Silky shark” ci dice Gioele quando risaliamo sulla barca appoggio (molto  nervosi, ma col sorriso a cinquanta denti ...). Afferrati delicatamente per la punta della coda,  come ci avete visto fare, i seta si abbandonano quasi in letargo; ma bisogna rilasciarli dopo  pochi secondi, altrimenti c’è il rischio che si sentano male e magari muoiano. Manco a dirlo, Francesco chiede in italiano: “Alla prossima immersione, me ne porgi uno?”.  Tutti mi guardano spaventati: guardano me, il papà, più spaventato di loro. Gioele risponde in  anglo-italiano: “Ma certo, basta che tu lo lasci andare appena ti faccio cenno”. No comment! Torniamo a bordo della barca-madre e, mentre si pranza, ci si racconta le sensazione di paura,  di esaltazione, di meraviglia per quanto abbiamo visto svolgersi pochi metri sotto la superficie  del Mar dei Caraibi!  Il giorno dopo, mentre facciamo colazione, Gioele viene a parlarci dell’immersione che stiamo  andando a fare: 25/30 metri, soliti incontri con balistidi, carangidi, aragoste, ecc. ecc. Francesco, impaziente, “Va bene, va bene barracuda e il resto, ma gli squali?” “Incontreremo, questa volta, anche i Carribean reef sharks. Si distinguono dai Silky sharks  perchè sono più poderosi, non affilati e leggeri come i silky che possono, al massimo,  raggiungere i due metri e mezzo e 50 chili circa. I Carribean possono superare i sei metri e il  peso di 100 chili. Sono pesci meno fiduciosi dei silky e non si lasceranno avvicinare facilmente”. La barca madre salpa per andare ad una boa lontana oltre mezz’ora di navigazione; qui giunti,  siamo scesi nella barca appoggio con la ascatola grigia e siamo partiti verso il nuovo punto  d’immersione. In acqua dopo 10 minuti; poi giù verso i -30. Spettacolo: due aragoste mostruose (forse oltre 10 chili ciascuna); le loro antenne venivano  fuori dalla tana per alemno 80 cm, certamente proprietarie di carne tanto solida e legnosa da  non temere nessuno, neppure l’uomo! E poi i soliti tarponi (me lo ha confermato Gioele: quei  pesci preferiscono l’estuario dei fiumi, ma hanno trovato di loro gradimento il Mar dei Caraibi  e vivono tanto bene da campare anche 50 anni e raggiungere il peso di 120 chili). Va bene tutto questo, ma ognuno di noi aveva il desiderio pauroso di rivedere gli squali, questi magnifici pesci cartilaginei dal nuoto fluido, leggero, armonioso, quasi musicale, splendido  esempio di idrodinamica perfezionatasi in quattrocentomila anni di vita negli oceani della  Terra. Ed eccolo i Carribean: perbacco -pensiamo tutti- sono grandi, muso quadrato, pinna dorsale  erta e alta più di trenta centimetri. Insomma, veri pescicane! Girano attorno alla scatola grigia  con movimenti più “silenziosi” rispetto a quelli frenetici dei Seta, anch’essi presenti. E, improvvisamente, si avvicina anche un Nurse shark, cioè uno squalo nutrice! Tre tipi di squalo contemporaneamente! Immersione decisamente fortunata se si aggiunge un altro spettacolo che ho potuto ammirare:  guardando verso l’alto da pochi metri sott’acqua, ho visto un grosso barracuda che nuotava  sereno, quando ecco arrivare improvvisamente un Carrabean: il barracuda è scattato a destra  e a sinistra, tanto velocemente da evitare l’attacco dello squalo! Nelle immersioni dei giorni successivi lo spettacolo offertoci dagli squali è stato sempre  emozionante, affascinante, coinvolgente e pauroso; ma non per Francesco che ha imparato la  manovra per acchiappare per la coda gli squali Seta e tenerli in sua cattività per qualche  manciata di secondi.  Due curiosità sugli squali: gli squali Seta sono così chiamati perchè la loro pelle è tanto levigata da sembrare setosa al tatto nel verso dalla testa alla coda. Con la pelle, opportunamente  essiccata all’ombra, dello squalo smeriglio (che vive anche nel Mare Adriatico) si produce lo  zigrino: una “carta vetrata” di grande valore, essendo tanto delicata, sottile, quasi impalpabile  sul verso da lavoro, che è adoperata dagli artigiani che restaurano mobili molto antichi e di  grande valore per ridonar loro una superficie così liscia che nessuna carta vetrata  commerciale, per sofisticata che sia, può offrire. La usano anche le donne tanto fortunate da  riuscire a trovarne; è impiegata per la levigatura insuperabile della pelle, specialmente delle  gambe e delle braccia. Il fegato degli squali può raggiungere il 25% del peso totale dell’animale; se ne ottiene un olio (Shark liver oil) di elevatissimo pregio alimentare e dalle grandi doti ricostituenti specie  nell’età avanzata (ne ordinerò un pallet!).  Ma non posso non raccontare due altri episodi di questo Viaggio Blu straordinario. Una mattina, invece di tornare sulla barca madre per il pranzo, ci è stata offerta una  divagazione: trascorrere il paio di ore tra la prima e la seconda immersione sulla spiaggia di un  isolotto deserto. Entusiasmo! Con la barca appoggio, scortati da una piccola barca in plastica sulla quale c’erano bevande e  pranzo, ci siamo avvicinati alla battigia; il mare era mosso, ma noi, tutti giovani e atletici (sic!),  ci siamo lasciati scivolare dalla prua, che era stata scientificamente fatta penetrare per mezzo  metro nella sabbia; qualcuno scivola male e si ritrova tra i flutti (chi scrive!), le ragazze sono  prese nella morsa ferrea di Gianni che le porta asciutte a terra, qualche altro quasi si azzoppa  lasciandosi andare non proprio atleticamente, ma tutti, però, si arriva a terra. La barca  piccola, mentre si stavano portando al sicuro i viveri, per qualche secondo lasciata incustodita,  è stata girata da un’onda che l’ha allagata totalmente! Tutti noi, maschi e femmine, ci siamo  lanciati per spingere sula fiancata, nel tentaivo di mettere la prua all’onda. Ma quando mai! Le  ragazze, in verità non proprio robuste, dopo due o tre minuti, bagnate e sballottate dalle onde,  si sono allontanate spaventate. Noi, maschiacci, continuiamo i nostri tentativi e per poco  qualcuno non lascia una gamba sotto la chiglia. A questo punto le operazioni di soccorso hanno  avuto termine e il lungo cavo di ormeggio è stato legato ad un albero di cocco, mentre la barca  appoggio si allontanava velocemente per andare a recuperare un grosso cavo con il quale  agganciare la barchetta e trascinarla fuori di forza.  Noi ci dirigiamo verso l’ombra dei cocchi e abbiamo l’incontro ravvicinato con le iguane: erano venute fuori dalle tane per ricevere le bucce degli ananas, dei mango e delle papaie che  rappresentavano il nostro rinfresco. I draghi in miniatura sono velocissimi nell’addentare il  cibo che è porto loro e allontanarsi di qualche metro per sgranocchiare ciò che hanno avuto,   per ritornare caracollanti per ricevere altro. Poco dopo l’operazione recupero ha successo e i naufraghi tornano a casa sani e salvi! Ma le condimeteo sono preoccupanti e noi, la mattina dopo, dobbiamo salpare per Jucaro; il  comandante, un uomo dalla corporatura massiccia di solidi muscoli, ci consegna gli “ordini di  servizio”: l‘indomani mattina alle 6, la Georgiana avrebbe salpato le ancore per raggiungere  Jucaro; tutti noi avremmo dovuto restare nelle nostre cabine senza uscirne per alcun motivo,  perchè il mare sarebbe stato molto brutto e ci sarebbe stato il rischio reale di essere sbattuti a terra; nelle cabine stesse si sarebbe dovuto rimanere nei letti, senza alzarsi se non per esigenze fisiologiche. A chi soffriva il mare consigliava fortemente di prendere una o più pillole contro la cinetosi. La navigazione sarebbe durata poco più di 5 ore. In porto avremmo ricevuto la  colazione. Alle 6:15, mentre tutti dormivano, ho sentito i motori della Georgiana salire di giri ed avviare  la navigazione sotto un temporale fitto e luminoso di lampi. Appena usciti dall’atollo che ci  aveva fatto trascorrere la notte serenamente, il mare ci ha acchiappati e ha cominciato a  scuotere la barca tra cento cigolii. Le ore passavano lente; di tanto in tanto Francesco mi  lanciava un’occhiata e ci sorridevamo a denti stretti. Alle 12:30 la Georgiana è entrata nel  sicuro porto di Jucaro. Ci siamo ritrovati tutti nel corridoio con un sorriso tirato sulle labbra.  Gioele calmissimo, ci ha invitato a salire su per fare colazione: tre minuti dopo eravamo tutti  seduti, con i volti rilassati dal profumo del caffè che ci veniva versato nelle tazze e la vista della frutta, dei toast caldi caldi, della marmellata e quant’altro volessimo ci ha fatto cominciare a  parlare del lungo viaggio verso Avana: tutto dimenticato sotto il sole che era tornato a  splendere caldissimo. Sei ore dopo siamo stati accompagnati ciascuno nei nostri alberghi: “Ciao, spero di rivederti da qualche parte del Mondo un anno o l’altro”. Il nostro aereo sarebbe partito il pomeriggio del giorno dopo, quindi siamo andati a cenare e  subito a dormire, per alzarci presto l’indomani e andare a visitare un paio di posti nella città  vecchia. Prima visita obbligatoria alla celeberrima Bodeguita del medio; che Hemingway, Neruda,  Allende e mille altri personaggi noti e similnoti siano passati da questo bar lo sanno anche a  Sana’a; che è d’obbligo sorbire il mojito è scritto nell’aria, nelle pietre e nelle foglie di tutte le  piante di menta della città; che l’orchestrina bloccata in un angolo debba straziare, ops, volevo  dire rallegrare le decine di persone che si assiepano nel piccolo spazio disponibile è nel  cerimoniale ufficiale di Avana; che Francesco ed io volessimo a tutti i costi bere il mojito di  Hemingway s’era detto partendo dall’Italia, e così, tra qualche spinta, ci siamo introdotto nella  bodeguita, ci siamo appollaiati su due sgabelli che gli occupanti prrecedenti ci hanno ceduto  con un sorriso e, alle 11 del mattino, abbiamo bevuto i nostri pessimi mojiti, estasiati dalla  musica feroce dei quattro artisti cubani che, immagino, prima o dopo rinchiuderanno in un  manicomio. Poi in giro per le stradine del centro, fermandoci nei crocicchi fioriti e alberati a  proteggerci dai 40° per qualche minuto, fino ad imbatterci in un ristorantino sconosciuto dove  abbiamo mangiato cubano. Poi a cercare la Chiesa di San Cristòbal de Habana, quindi ancora  in giro fino a trovare un bar anonimo con pesantissime sedie di ferro pieno con la seduta di  mattonelle, inamovibili, per bere il Cuba Libre in attesa che alle 16:30 il taxi venisse a  riprenderci stanchi morti come eravamo. E, nella mezz’ora e più che impiegammo per tornare in albergo, il tassista ha risposto in anglo  cubano alle nostra curiosità. Egli, facendoci passare davanti k’ambasciata americana sulla  quale garrivano una bandiera degli Usa e una Cubana, ci ha sussurrato che forse, finalmente,  la sua vita nel giro di qualche anno sarebbe cambiata; ci ha raccontato che la vita è durissima  in quell’isola così bella e romanrtica, che un medico, professione superiore, riceve dallo stato  un salario equivalente a 85 Euro al mese, che la macchinacon la quale ci sta portando in giro  appartiene allo Statoche chiede 40 Euro di affitto al mese, che gomme, olio motore, riparazioni  e benzina a 1,45 Euro a litro sono a suo totale carico, che spesso non ha denaro sufficiente per  dar da mangiare alla sua famiglia. Gli abbiamo dato tutto il denaro cubano che ci era rimasto e  quasi ci baciava le mani.  Qualche ora dopo il nostro aereo è decollato e abbiamo guardato dal finestrino la splendida,  povera isola tropicale nella quale abbiamo trascorso momenti indimenticabili di felicità,  emozione e serenità. Durante le lunghe ore di viaggio ho rivissuto le sensazioni forti che il Mar dei Caraibi ci ha  regalato, e le altre che il nostro tassista ci ha raccontato, povero, piccolo uomo disperato. Eugenio Caccetta