Veramente a malincuore Toti ed io abbiamo lasciato Cuba. E’ stata una esperienza esaltante,  emozionante, inimmaginabile se non la si vive. Vi racconto. A notte fonda, trasportati da un  veloce motoscafo d’altura, siamo arrivati sul Tortuga. Qualche nuvola in cielo copriva la luna  montante, sicchè abbiamo solo percepito, assieme agli altri partecipanti e dei quali vi  descriverò gesta e misfatti, di sbarcare e di trovarci su qualche altra cosa che galleggiava nel  mare nerissimo. Sfinito dalla stanchezza per il lunghissimo viaggio di avvicinamento, sono  piombato sul letto e mi sono addormentato.Il cantare di uccelli e il sole mi hanno riportato ad  una realtà della quale avevo avuto notizia dalle foto del luogo, ma che mai avrei potuto mettere a confronto con quanto mi circondava: bene, immaginate di galleggiare su uno specchio liquido  che riflette il cielo terso e azzurro; tutto intorno, quasi un anello, una barriera verde intenso di  mangrovie interrotta di tratto in tratto da sentieri d’acqua; in alto le fregate si libravano in  attesa di piombare sulle loro prede; aquile di mare dall’imponente e forte volo; trampolieri  cinerini, bianchi, neri intenti nella caccia di piccoli pesci e crostacei; un grande pellicano  appollaiato su una delle quattro gomene legate alle bitte nella chiatta sulla quale ero ospite.  Già, la chiatta! Ebbene, è una piattaforma lunga una quindicina di metri, sulla quale insiste un  “piano mare” e un primo piano: sul “piano mare” c’è una vasta zona con i compressori, decine  di bombole, sdraio e un grande tavolo; all’estremo opposto, una zona pranzo all’aperto e una  serie di comode sedie e divani sui quali prendere il sole; nella parte centrale la cucina e la sala  pranzo. Al primo piano un lungo corridoio con da ambo i lati 12 cabine con condizionatore,  bagno e doccia. Alle 8 colazione; assonnati Toti ed io vediamo arrivare Fabio (napoletano,  avvocato trapiantato a Roma), Valeria (romana, avvocato nello stesso studio di Fabio), Peppe  (napoletano, ortopedico), Sara (napoletana, maestra elementare), Sergio (genovese, pensionato giramondo), primo fratello Stoppani (comasco, imprenditore in pensione), secondo fratello  Stoppani (comasco, primario chirurgo in pensione). Mentre affrontiamo una tavola imbandita  con pollo arrosto, uova alla pizzaiola, prosciutto, formaggio, tonno in insalata con cipolle e  pomodori, riso, ma anche latte, tea, caffè, marmellata e, ovviamente, pane e gallette,  cominciamo a chiacchierare e a confrontarci. I due fratelli Stoppani sono pescatori: da dodici  anni vengono in questo mare a ferrare barracuda di ogni dimensione, pagri da 7/8 chili, cernie  da 15/20 chili, dentici locali anche di 10 chili. Dentici e pagri sono portati a “casa” per essere  mangiati (solo i filetti!), mentre gli altri pesci sono subito liberati e lasciati scappare. Fabio e  Peppe sono istruttori FIPSAS, Sara è una “vecchia” sommozzatrice con il corpo scolpito da ore di palestra, Valeria è alle prime immersioni, Sergio è un antico sommozzatore. Il nostro “capo” Gualberto e il suo assistente Iaroy vengono a chiacchierare e a collezionare i nostri brevetti, le schede che compiliamo e a descrivere il luogo delle nostre immersioni. Ci raccontano che  vedremo squali di diversi tipi e misure a volontà, cernie da cento chili, tartarughe, dentici  “imperiali”, corallo nero a trizeffe (cioè più che a bizzeffe!) e tutto il resto che non abbiamo  avuto modo di vedere in nessun’altra parte del Mondo. Ci guardiamo negli occhi e gridiamo in  corso “Ma quando si parte?”. E via, sul motoscafone che già ci ha trasportato fino al Tortuga,  verso i luoghi di immersione. Mare blu, lontano dalla linea delle mangrovie un paio di miglia,  prepariamo le nostre attrezzature; Sara si avvicina alla poppa per bagnare la muta, ma viene  avvertita dal ragazzo che ci sta aiutando a vestirci che ci sono gli squali. Ci affacciamo e  vediamo una decina di squali tra il metro e mezzo e i due metri che girano attorno alla barca!  Grida di entusiasmo prima: guarda quello quant’è, e quell’altro è più grosso ancora. Poi  Valeria dice: ma dobbiamo saltare là in mezzo? Già, là in mezzo dobbiamo scendere pensiamo  tutti, e piomba il silenzio più assoluto. Il nostro capo sorride, ci esorta a completare la  vestizione ed entra per primo in acqua invitandoci con grandi gesti. Salto dentro anch’io,  impugnando violentemente la macchina fotografica deciso a immortalare lo squalo che per  primo mi morderà! Magnifici, elegantissimi, silenziosi, affilati ci girano intorno a due metri di  distanza, ci guardano con occhi freddi e inespressivi. Scendiamo giù tutti vicini guardandoli  seguirci fin sul fondo a venti metri. Sono squali seta, ci ha detto Gualberto e non sono  pericolosi, possiamo stare tranquilli: ma nessuno è rimasto tranquillo per la durata di tutta  l’immersione durante la quale ci sentivamo carri di pionieri circondati dagli indiani! Al  momento di risalire velocissimamente in barca ci siamo accorti di essere tutti grandissimi  atleti! E subito a gridarci eccitati di averne visto uno con una ferita sul muso, quell’altro con  una pinna pettorale ripiegata su se stessa, quello grande con alcuni tagli sulla pinna dorsale, il  piccolino rimanere sempre ai margine della sarabanda. Gualberto tira fuori un paio di pesci da  una busta e li lascia in acqua: guardiamo sbigottiti la zuffa che si scatena per la conquista del  cibo: qualche morso c’è scappato anche per la pedana di legno a fior d’acqua sulla quale ci  eravamo issati a bordo. Sorridente Gualberto ci chiede se ci siamo divertiti, se l’immersione è  stata di nostro gradimento: e tutti, eccitatissimi, col nostro bravo mezzo litro di adrenalina nel  sangue, gridiamo la nostra felicità (di essere scampati al pericolo???!!!). E allora, bene, se vi  sentite in forma, aspettiamo un paio di ore e vi porto in un altro posto dove avrete una bella  sorpresa, dice Gualberto. Ci sdraiamo e guardiamo ciascuno il filmato che rigira nelle nostre  menti: abbiamo avuto squali di due metri attorno a noi e a pochi centimetri dalle nostre  maschere. E c’è silenzio sulla barca: in silenzio si guardano gli squali scivolare silenziosi dentro la nostra testa. Per far trascorrere il tempo, Gualberto ci accompagna su una spiaggia di  sabbia bianca: verranno le iguane, ci dice il capo. E, infatti, arrivano caracollando, sicure che  otterranno qualche fetta di pomodoro e le bucce delle arance che ci sono servite da dissetante al rientro dall’immersione. E quei rettili incredibili, diversi nella realtà dalle immagini ripetute  nei filmati naturalistici, quei piccoli draghi addentano il cibo il più rapidamente possibile per  sottrarlo alle nutrie che sono arrivate furtive dall’intrico delle mangrovie: che spettacolo,  Amici Miei! Ci sdraiamo sulla battigia, sulla linea battuta dalla risacca di un Mare caldo e  amico, a scrutare i paguri che frugano nella sabbia, mentre il sole ci brucia la pelle. Chi salta in  acqua per primo? Questi che vedete sono squali grigi; ce n’è un paio lunghi oltre i due metri e  mezzo, sono meno affilati degli squali seta, più massicci, con il muso arrotondato, la pinna  dorsale e le pettorali assai più grandi, la pinna caudale a mezza luna più forte, ci illustra  Gualberto. Ma ormai la smania ci ha preso e sgomitiamo per tuffarci. Accidenti, da fuori acqua  non sembravano così possenti: sono vere macchine perfette, potenti ed eleganti, e un paio si  avvicinavano ai tre metri. Il flash scatta continuamente e guardo quell’occhio più grande e più  freddo ancora di quello di un paio di ore addietro. Ma rimango di sasso quando vedo salire dal  fondo un piccolo sommergibile: è una cernia di 100/120 chili, massiccia, panzuta, maestosa,  senza la fretta frenetica degli squali, accompagnata dalla figlia (?) di una quarantina di chili.  Ci punta e si avvicina fino a pochi centimetri, come un cane in cerca di carezze; e qualcuno la  carezza gliela fa davvero mentre quella scivola via senza scatti, tranquilla. Seguiamo quel  magnifico pesce dal quale si allontanano anche gli squali. Più tardi Iaroy ci racconta che una  cerniona così grande è praticamente inattaccabile dagli squali; e anzi, accade che, se le viene a  tiro qualche squaletto piccolino, diciamo di mezzo metro, lo divora in un boccone! Mentre mi  allontano sul fondo assisto a uno strano spettacolo: tre cernie di tre o quattro chili ciascuna  stanno osservando, da tre angolazioni diverse, una grossa murena verde di circa due metri  adagiata nervosamente sul fondo; ad ogni movimento che fa, le cernie si spostano di quel tanto che serve per circondarla sempre nelle stesse posizioni. Ma appena mi avvicino troppo per  scattare qualche foto, come se la murena avesse capito che le cernie si erano distratte, saetta via e si infila tra i coralli, mentre le cernie si allontanano quasi con disappunto. Forse la murena  mi ha ringraziato e le cernie mi hanno mandato al diavolo. Ed ecco arrivare lentamente, come  se non muovesse né le pinne né la coda, un barracuda solitario, una specie di eremita lungo  quasi due metri, grosso come il tronco di una giovane quercia, assolutamente immobile eppure in lento e controllato avvicinamento, la livrea argento vecchio con strisce verticali appena più  scure: il lampo del flash torna indietro abbagliante. Quel grosso occhio mi osserva ormai da  veramente vicino, mi valuta e si allontana come a dirmi che neppure vale la pena di  attaccarmi!   E quel trigone? Quello di due metri da una punta all’altra delle pinne, quello di un metro e  mezzo dalla muso alla fine della coda fornita di un formidabile aculeo velenoso di una ventina  di centimetri? Quello che abbiamo disturbato mentre si trovava in agguato sul fondo ricoperto  dalla sabbia? Quello che si è improvvisamente sollevato e si è allontanato visibilmente  arrabbiato verso un’altra zona di caccia con la speranza che nessun subacqueo rompiscatole  andasse a disturbare la sua battuta di caccia?  E quell’aragosta paleolitica grossa come una bottiglia Matusalem di spumante millesimato  italiano, quella con i cirripedi sulla chitina del dorso? Quella profondamente intanata ma che  arrivava fino all’imbocco della sua caverna con le antenne più lunghe di ottanta centimetri?  E quel granchio color avana e con i bordi amaranto delle chele da mezzo chilo ciascuna con le  quali minacciava il mio flash che si avvicinava per renderlo visibile nella sua tana?  E cosa dire dei mille balistidi dall’azzurro al blu cobalto che ci saettavano intorno?  E di quei poderosi pesci pappagallo dalla livrea blu notte con chiazze celesti addentare con le  loro temibilissime mandibole il corallo, frantumandolo alla ricerca dei polipi vibranti?  E che dire dei pagri, dei dentici, dei pesci palla enormi nei quali mi sono imbattuto tutte le  volte che mi sono guardando intorno? Spettacoli superbi! Come le praterie di gorgonie, non grandi come quelle di altri Mari, ma certamente assai più  numerose e fitte, come grandi e quasi rocciose sono le spugne a calice di colore marrone, o  lunghe e gialle quelle a canna d’organo, e alti e intricati i rami del corallo nero ricoperto di  polipi gialli.   Ritorniamo verso la superficie, scortati dal fitto gruppo di squali grigi e seta, da Sua Maestà la  Gran Cernia; stiamo in decompressione lunghi minuti ad osservare questi magnifici animali  che ci girano intorno sornioni, a ricordare i minuti trascorsi a gioire dello spettacolo che la  Natura incontaminata di questo Mare ci ha regalato.  Mentre ci spogliamo, Gualberto e Iaroi afferrano saldamente dalla coda due grossi barracuda  di almeno quattro chili pescati il giorno prima dai fratelli Stoppani, e li porgono agli squali. Si  accende la mischia e il primo barracuda è decapitato di netto con un morso solo; e si eccitano  sempre di più, saltano quasi sulla battagliola all’inseguimento della preda sapientemente  sfuggente, tra le nostre grida eccitate dallo spettacolo spietato. Poi dentro di noi si apre uno squarcio di terrore: avremmo potuto essere noi, qualche minuto  prima, le prede da divorare così ferocemente… Ho lunghe ore di volo verso casa per meditare e rivivere le emozioni fortissime, mai provate  prima di oggi, di un Mare ricco di grandi pesci, di squali innumerevoli, di vita pullulante.  E di sognare la prossima Avventura. Eugenio Caccetta