Amici miei, quest’anno la Pattuglia dei Mari Caldi è stata composta da Turi, Marcello, Livio, Giuseppe,  Massimo, Pippo e Mariella, Antonio, l’altro Massimo e Irma, Tiziana, Valerio, l’altro Pippo,  Salvo ed Eugenio che racconta. Ci siamo ritrovati nell’aeroporto di Hurgada ansiosi di raggiungere il porto e salire sulla barca  nella quale vivere i prossimi giorni di avventura. La prima sorpresa è la vista di Aquasafari: una barca fantastica, bianca, grande, affilatissima;  l’equipaggio ci accoglie festante e ci aiuta a sistemarci nelle spaziose cabine a due letti  rinfrescate dall’aria condizionata.  Appena sistemate le nostre cose negli armadietti, piombiamo di colpo in un rumoroso sonno  ristoratore: rumoroso perché, sostanzialmente, siamo un gruppo di boscaioli all’opera con  possenti seghe su tronchi millenari, altro che sommozzatori silenziosi! Alle prime luci del giorno il nostro agile yatch salpa l’ancora, mentre noi “spazzoliamo” la  colazione: biscotti, marmellata, burro, formaggio morbidissimo e leggermente acidulo (una  leccornìa), altro formaggio più sapido, insalata di pomodori e cipolla (di prima mattina!), una  grande frittata con erbe aromatiche, bocconcini di chissà che carne gustosamente immersi in  salsa piccante, e una sorta di pane che si avvicinava molto alla nostra piadina, annaffiado con  tea e caffè americano (tutti affermavano che era una schifezza, ma poi l’hanno bevuto ogni  giorno a tazzone piene!). Familiarizziamo con la nostra guida, un giovane egiziano entusiasta del proprioo lavoro, agile,  magrissimo, che capisce solo la sua lingua e l’egiziano, e che ci guarda con calore  dimostrandoci di avere voglia quanto noi di saltare in acqua.  Acqua trasparente, appena fresca, e sotto di noi e intorno grossi pesci, e più piccoli, ci  guardano incuriositi; ci fermiamo attoniti sul fondo dal quale nasce, vivo, il corallo dalle mille  forme, cornute, a larghe cupole ombrose, o con contorsioni proiettate in alto, mentre una  centuria di pesci coloratissimi, indaffaratissimi, agilissimi permea quel dedalo inestricabile.  Restiamo qualche minuto a convincerci che non stiamo vivendo un sogno, ma che intorno a noi pulsa una realtà frenetica, vivace e corrusca di colori diversi da quelli finora conosciuti. Poco più lontano il relitto del Thistlegorm, un cargo inglese affondato di seguito ad un  bombardamento aereo, affascinante come solo il corpo di una nave può essere quando l’acqua  lo sovrasta: i portelli aperti invitano ad esplorare l’interno di ambienti nei quali l’uomo ha  trascorso momenti di lavoro, di vita e poui l’attimo della morte. E’ una sorta di fascino  morboso, che fa tremare il cuore all’idea della tragedia che si è compiuta, ma che spinge a  cercare, a scrutare, a rovistare in ogni anfratto più buio, con il timore di trovare chissà cosa e  la malsana sensazione di frugare negli ultimi momenti di vite spezzate all’improvviso. Ma poi la lusinga del mare ci avvolge e ammiriamo i ciuffi variegati di alcionari espansi, i loro  rossi, e i gialli, e i corpi marezzati circondati dalle nuvole sempre presenti di quei piccoli pesci  traslucidi che si affannano tutt’intorno; nell’interno oscuro della stiva ecco un milione di pesci-  vetro muoversi all’unisono, affascinati dai loro corpi trasparenti, mentre cernie rosse e  maculate scivolano attraverso quella folla vivente; scattano i flash e fissiamo, Valerio ed io, le  immagini della vita che vince l’oscuro. Il riposo sulla barca è breve, tra un piatto di carne con l’intingolo e le grandi insalate; e breve è anche il pisolino sotto il sole scottante, mentre la barca scivola sul mare quieto verso il  prossimo relitto, il Ghiannis D., un mercantile greco affondato per aver colliso contro il reef sul quale sono ancora distese le lunghe catene delle ancore che osserviamo incuriositi, mentre i  pesci intorno ci sfiorano curiosi; e ancora coralli variegati e vita ovunque, e il pescecane che si materializza improvviso, e l’adrenalina che strizza il cuore mentre il pesce per eccellenza, il più affascinante, ci guarda per un solo attimo con sufficienza, e con sufficienza regale si allontana  indifferente al nostro desiderio terrorizzato di avvicinarlo, di scrutare dentro i suoi occhi, ti  toccare i suoi denti irti e affilati. Marcello, il mio fido compagno di mille immersioni, mi stringe  il braccio in una morsa nervosa, emozionata, tremante di eccitazione.. Silenziosa la sagoma  dello squalo si scioglie nell’acqua, e a noi rimane nel petto l’impulso di averlo e il terrore di  fuggirlo.  Appena il crepuscolo colora di rosso il cielo, lanciamo le nostre lenze. Turi, Pippo papà,  Sebastiano, Pippo e Mariella, Salvo ed io stesso, subito, emozionati, abbiamo lo strappo alla  lenza, la resistenza frenetica, l’emergere guizzante di quei corpi sussultanti: è sicuramente  crudele ciò che avviene, ma sono così buoni, quei pesci, quando ce li troviamo fritti sul piatto! I marinai ci invitano: suoni e scherzi per trascorrere la serata; e tutti noi, in ghingheri nelle  nostre solite magliette indossate sui pantaloncini ormai sdruciti dalla giornata trascorsa,  cantiamo a squarciagola stonati come campane fesse (tanto in mare non ci sente nessuno, e fra  di noi nessuna critica), ridiamo a crepapelle per gli strani giochi nei quali quei furbacchioni  dell’equipaggio ci coinvolgono, beviamo l’amarostica birra egiziana che scende nelle gole avide, e ammiriamo la nostra Tiziana, perfetta danzatrice del ventre.  Sebbene le danze si siano concluse a notte alta, alle 7 del mattino il comandante salpa l’ancora  verso il nuovo appuntamento subacqueo. Il suono dell’erogatore sembra la colonna sonora di un’orchestra per la quale danzano  flessuose le murene che ci accolgono sul fondo: sembra che ci osservino e che ci aspettino come se fossimo vecchie conoscenze; sembra che siano cordiali amici in attesa di lasciarsi carezzare e abbracciare; ma sono grosse e possenti, e le loro bocche sono irte di denti aguzzi, e il loro  “volto” severo e minaccioso, sicché le guardiamo rigorosamente da lontano, pieni di rispetto e di un certo timore. Ma ecco una grossa tartaruga poggiata sul fondo; e Livio non resiste l’afferra per il carapace e  travolge Turi che si era avvicinato timidamente per guardarla da vicino. Mentre rido tra me,  scatto un paio di foto (speriamo che vengano!) della faccia stupita e frastornata di Turi. Ma lo  consolo subito perché lo accompagno a guardare dentro un anfratto dal quale ci guarda una  cernia che abbiamo poi valutato di ottanta/cento kili; ragazzi, due labbra spesse come una  mano, il testone grosso come le mie due braccia a formare un cerchio, l’occhio grande quanto  una tazza da caffè, il corpo lungo quasi due metri (o forse un poco di meno...). Ne abbiamo  parlato per giorni e giorni, tra l’invidia e il sorriso incredulo di tutti.  “Stanotte andiamo, in apnea, a prendere le aragoste. Chi vuole venire?” Sebbene fossimo partiti da Catania solo in sedici, in acqua eravamo più di quaranta (!), e tutti  determinati a catturare almeno una dozzina di quei crostacei ciascuno.  Lo spettacolo notturno è ammaliante: nel buio luminoso di quel mare cristallino, in due metri  d’acqua, assistiamo allo spettacolo delle tridacne spalancate più che di giorno, allo  “sgambettare” dei crinoidi che di giorno stanno abbarbicati a un qualunque supporto, al  muoversi flemmatico dei predatori in caccia, al rifugiarsi nelle spaccature o tra i rami del  corallo dei pesci addormentati, alcuni avvolti in una sorta di bozzolo simile al muco, con il  quale si nascondono all’olfatto dei cacciatori  Di aragoste ne abbiamo prese solo quattro, ma ci siamo giurati solennemente che avremmo  raccontato, a casa, di averne catturate cinquanta!  Il nostro Signor Cuoco le cucina immediatamente assieme al pesce che avevamo già pescato, e porta a tavola, ancora sfrigolante, la ghiotta mostra del fritto misto del Mar Rosso! Non vi racconterò dello spettacolo dei miei compagni di viaggio, che fino a qualche minuto  prima avevano mostrato la loro raffinata educazione, e che, improvvisamente, si sono  trasformati in gozzoviglianti individui senza ritegno, disposti a colpire con i gomiti le gengive  del vicino per convincerlo “gentilmente” a lasciare la presa sulla mezza aragosta, o sul pesce  ancora scottante: una vera indecenza, alla quale sono stato costretto, rosso di vergogna, ad  assistere (dopo aver prelevato per primo un’intera aragosta e un pesce enorme, forte del mio  democratico privilegio di essere il capogruppo!). E scorrono così le giornate assolate della nostra crociera, tra scherzi, immersioni meravigliose, piattoni di spaghetti portati dall’Italia e cucinati alla bell’e meglio, ma conditi con la gioia di  stare insieme. Ma ci aspetta Il Cairo, forse la città più affollata del Mondo, la più convulsa, la più accalcata,  la più traboccante di traffico disordinatamente e impazzito. Su taxi guidati da scervellati piloti  di giostre, che si lanciano in spazi minuscoli tra un marciapiedi e un’altra auto incolonnata,  raggiungiamo il suk.  E’ uno spettacolo di colori e di colore. Assistiamo da una scena emblematica: la strada è letteralmente invasa da carrettini carichi  delle cose più varie, frutta, magliette, cappelli, spezie, cibi profumati, bevande;  improvvisamente e in silenzio, tutti coprono le merci con teloni, chiudono gli ombrelloni e  scompaiono in un lampo.  Ci accorgiamo che quella che credevamo una stradina angusta, ora che è libera è, in realtà, una bella strada larga e ben pavimentata.  Dopo una manciata di secondi passa un fuoristrada della Polizia… e dopo un’altra manciata di  secondi la strada torna ad essere uno stretto vicolo coperto di mercanzie, di folla, di odori e di  colori! Le Piramidi: possenti, immense quando si riversa il capo indietro per guardarne la sommità  infitta nel cielo. E non si può che sbigottire e pensare alle migliaia di uomini che, sotto il controllo di pochi  sacerdoti che possedevano il dono della conoscenza, le hanno costruite senza macchine e senza altri mezzi se non l’ingegno, issando blocchi di decine di tonnellate l’uno sull’altro con assoluta, impressionante precisione, lanciando a cinquemila anni di distanza, un monito all’uomo di  oggi, le cui costruzioni durano solo qualche decennio. La Sfinge: sorriso enigmatico, gentile, ingannatore; Cheope, che la fece costruire, le diede  sembianze umane e corpo leonino. E dal 2600 A.C. guarda il sorgere del Sole, il dio della Vita,  immutabile nel sorriso che sarà sempre. E’ lo stesso sorriso che leggiamo sulla maschera di oro massiccio di Tutanchamon: sorriso a te, turista, che dopo migliaia di anni ammiri, innamorato di tanta bellezza, il Faraone morto  ragazzo.  E’ sconvolgente ammirare il cesello minuzioso che i maestri orafi di quattromila anni fa sono  riusciti a creare; e i monili intarsiati e intrusi di pietre dure dai mille colori del lapislazzulo,  dell’opale, dell’onice; e sempre con i mezzi poveri e approssimativi di quel tempo remoto. E’ il tripudio dell’oro. Come d’oro è il tramonto che colora il rientro nella nostra splendida Italia. Eugenio Caccetta