Amici Miei, da ragazzo subii il fascino di quella regione lontana che era allora la Birmania, oggi Myanmar:  Salgari e le sue Tigri di Mompracen, Sandokan, Janez e tutti quegli avventurosi personaggi dei racconti nella terra del mistero. E quest’anno, finalmente, la nave della mia avventura ha  gonfiato la vela verso quella terra. Lunghi voli da Roma a Bangkok, quindi a Pucket, poi, in  auto, fino Ranoung da dove, imbarcati su velocissime e affilate barche tailandesi, Toti ed io  abbiamo superato un braccio di mare e siamo arrivati in Myanmar. Al posto di controllo  immigrazione, una catapecchia fatiscente issata sul mare, raccolgono e trattengono i nostri  passaporti, ci assegnano un “commissario” che ci seguirà e vivrà con noi per tutto il tempo  della crociera per renderci più semplice il viaggio (in realtà per controllarci a vista), e, dopo  due interminabili ore, ci lasciano passare. Il Crescent, una solida barca a vela e motore, già  peschereccio costruito a Hong Kong, ci accoglie nel suo ventre capace, in piccole cabine a due letti. Yolanda, la divemaster spagnola, ci presenta gli altri compagni di viaggio: Bob, ingegnere londinese, lavora negli Emirati Arabi, Brian, ingegnere scozzese, anch’egli lavora negli  Emirati, Maxine, giornalista australiana, Irene, infermiera professionale svizzera, Jim,  imprenditore americano. In sette per vedere settantasette meraviglie. Si salpa e durante la  notte, cullati e confortati dalle onde, iniziamo il nostro peregrinaggio nell’arcipelago Mergui.  All’alba salgo la scaletta fino in coperta e mi guardo intorno: blu, brani verde puro di foresta,  silenzio assoluto oltre lo sciabordio, grandi veleggiatori nel roseo cielo dell’aurora. Colazione  cullati dal mare, semplicità e immediata compagnoneria tra avventurosi sommozzatori  convenuti dai quattro angoli del Mondo. Briefing per la prima immersione, giù in acqua con gli  occhi affamati di sensazioni; e subito “cadiamo” su una tartaruga possente occupata a nutrirsi,  poco più in là due poderosi squali leopardo assolutamente indifferenti alla nostra presenza  adagiati sul fondo ricco di alcionari multicolori intenti a fissarci con i loro piccoli occhi verdi.  Scatto tre fotogrammi, poi la mia Nikonos III, stanca, si guasta. Guardo i miei compagni e tutti  hanno un’espressione meravigliata e felice, diversa dalla mia di quel momento, credo…  Letteralmente un fiume di carangidi ci avvolge nel suo cammino deciso, mentre osserviamo  intimoriti un serpente di mare, lungo oltre un metro, velenosissimo (molte volte più di un  cobra) aggirarsi sulla parete rocciosa in cerca di prede. Quando ci sembra che siano passati  solo dieci minuti, Yolanda ci fa segno di emergere: in realtà erano trascorsi quasi sessanta  minuti su quel fondale di soli quindici metri nel quale ci eravamo aggirati stupefatti. Vela al  vento navighiamo verso un’altra isola del nostro molteplice itinerario nell’arcipelago; nel  frattempo chiacchieriamo in inglese, in spagnolo ed in italiano, parliamo dei superbi vini  italiani, degli spaghetti, della mozzarella. Non si parla mai dei cibi delle loro nazioni, tranne  che del prosciutto di montagna spagnolo. Chissà perché… Tre immersioni a giorno, tutti i  giorni e tutte meravigliose e stupefacenti. In una, troviamo un tappeto di pesci morenti che si  dibattono ancora; quando risaliamo sulla barca Yolanda ci racconta dei pirati di questo mare  che sono soliti lanciare la dinamite per catturare il pesce. Il danno è enorme sia al primo anello della catena (plancton e minimalia) sia per la quantità di pesce che rimane sul fondo non  recuperata dai famigerati pirati, i quali badano bene di fuggire il più rapidamente possibile  dopo avere raccolto ciò che emerge, circa un decimo del totale. E un giorno li abbiamo  incontrati: una lunga barca assolutamente nera, casa per una grande famiglia con l’anziano  patriarca magrissimo a prua, donne con i bimbi al seno, giovani dallo sguardo sfuggente ai  motori e i loro padri scarni e con la faccia di volpe; forse una quindicina di persone a vivere di  stenti e di pesca di frodo. Dopo averli visti quasi viene da perdonare loro il massacro che  creano con la loro pesca forsennata, ma la povertà veramente estrema lascia sfuggire da mille  falle il dovere del rispetto delle regole.Terminata la scorta di acqua potabile, ormeggiamo sul  basso fondale di una minuscola collina vulcanica dalla quale sgorga una sottile fonte di acqua  limpidissima e fresca; iniziamo a riempire i nostri contenitori mentre arrivano altre barche di  pescatori che si allineano ordinatamente in attesa del turno per approviggionarsi. Compriamo  un enorme dentice tropicale per l’equivalente di cinque Euro. Un pomeriggio Yolanda ci avverte che non è possibile toccare quanto vedremo in una grotta a  circa venticinque metri di profondità. Aragoste, cinquanta o forse cento; le pareti tappezzate di  antenne fitte come se fosse un campo di grano. Fuori dalla grotta un mostro, un’aragosta di  forse otto chili, il carapace grosso come una bombola da 10 litri, le antenne lunghe più di  sessanta centimetri. Io la sentivo dire: “Mangiami, mangiami!”, ma Yolanda era lì e non ha  sentito il richiamo netto e chiaro che abbiamo percepito tutti noi. E’ incredibile come il  continuo immergersi possa condurre certa gente ad un tale abbassamento della soglia uditiva!  E salvare la vita del crostaceo… Ma in quella, ecco l’ambiente improvvisamente scurirsi: ci sta “sorvolando” una manta gigantesca, enorme, il ventre bianco, incede lentamente con il suo  “volo” magnifico e potente, le appendici della bocca incredibili e minacciose seppure  conosciamo l’assoluta inermità di questo grande e mansueto animale. Sottacqua ci scambiamo  “il cinque” e pacche sulle spalle, sulla barca festeggiamo con birra, rum e spaghetti  (tailandesi!) che ho cucinato alla carbonara. Una sera vediamo lontano una linea di luci: su  un’isola c’è una festa religiosa;pantaloni lunghi, camicia con le maniche lunghe, ci cospargiamo di liquido antizanzara tutte le parti scoperte (mani, piedi, collo, viso e capelli) e scendiamo a  terra. Pochi minuti dopo il nostro arrivo, due militari con il mitra al braccio si avvicinano,  parlottano con il nostro “commissario”, e poi si allontanano non senza guardarci con manifesta  diffidenza. Raccolta l’implicita intimidazione, procediamo in mezzo a una serie di banchetti  dove si può mangiare lì uova sode, là spiedini di chissà cosa, oltre verdure e altri misteri. Brian decide di sedersi e mi invita a fargli compagnia; mangiamo uno spiedino di squisitissimo fegato (di quale animale?), beviamo una birra abbastanza calda e paghiamo qualche spicciolo. Non si  può non salire la gradinata lunghissima che porta nel tempio della divinità festeggiata: i  gradini all’inizio sono molto bassi e riposanti, ma a mano a mano che si sale, mentre il sudore  comincia a sprizzare dai pori, i gradini diventano sempre più alti e maledettamente faticosi.  Ma non puoi, anzi non vuoi arrenderti, dato che sei stato tratto in inganno dalla prima  cinquantina di gradini bassi e invitanti. Quando arriviamo in cima il cuore pulsa a  centocinquanta, le camicie sono letteralmente da strizzare e i nostri pensieri non sono né  religiosi né grati alla divinità del luogo. Una cupola copre un Budda dorato, intorno mille  incensi bruciano e profumano l’aria, qualche decina di persone dorme sul lastricato, di tanto in  tanto un fedele picchia con un bastone su una serie di campane che rappresentato la preghiere  facendo risuonare intorno una specie di melodia che, poco alla volta, riesce ad insinuarsi nel  cervello e lascia una pace imprevedibile solo qualche minuto prima. Quella notte ho dormito  molto, molto bene. La mattina dopo abbiamo vissuto un grande momento. Mentre stavamo  pigramente sdraiati a prendere il sole, un urlo “Lo squalo”; corriamo a poppa e vediamo una  grande pinna nera avvicinarsi alla barca e lo squalo balena passarci sotto. Ragazzi, giro i Mari  Caldi da vent’anni e non avevo ancora avuto la fortuna di vedere uno squalo balena live: lungo  otto/dieci metri, testa enorme, chiazzato di due o tre sfumature di grigio, lento, imponente,  possente. Saltiamo tutti sul gommone e iniziamo a inseguirlo, ma quando ci avviciniamo  abbastanza, quello, infastidito dal rumore del motore, si immerge e ci lascia con un palmo di  naso. Dopo quattro o cinque tentativi, abbiamo deciso di spegnere il motore e di aspettare in  silenzio. Ed eccolo lì, trenta metri avanti a noi; ci lasciamo scivolare in acqua lentamente,  maschera e pinne, e ci avviciniamo senza fare rumore: è maestoso, l’enorme bocca aperta a  raccogliere il plancton, il moto lento ma che dà la sensazione dell’inarrestabile. E io faccio la  cosa che non si deve fare: appena arriva alla mia altezza, mi aggrappo con una mano alla sua  pinna dorsale. Ho la subitanea e stupefacente impressione di toccare un velluto serico,  morbido, cedevole. L’animale, dopo qualche metro, dà un colpo di coda che riesco a scansare  per tempo e si immerge, seguito dagli occhi di tutti noi felicissimi dell’incontro raro e magnifico che abbiamo apprezzato. Sulla barca guardiamo il filmato che ha fatto Brian con la sua  piccolissima Sony, una macchina fotografica digitale racchiusa in una minuscola scafandratura  (il tutto poco più grande di un pacchetto di sigarette) che può registrare anche filmati di una  quindicina di secondi. Tutti ammiriamo ancora stupefatti la bellezza di quell’animale che  abbiamo avuto la fortuna di avere a poche spanne di distanza. Sarà il ricordo più bello di  questa meravigliosa, affascinante crociera. Toti ed io abbiamo poi trascorso due giorni a  Pucket e altri due a Bangkok. Pucket è una perla, un’isola verde e lussureggiante. Gli  attivissimi tailandesi commerciano tutto ed è anche facile, se ne capisci un poco, fare buoni  affari nell’acquisto di preziosi e perle; i ristorantini si susseguono lungo la spiaggia di Patong  ed è possibile mangiare arrosto aragoste e grossi granchi indicandoli da grandi vasche nelle  quali sono tenuti vivi; piatti forti sono gamberoni di oltre venti centimetri, ostriche grandi  come piatti da frutta, frutti di mare simili alle cozze ma di colore verde e di grandezza tripla.  Ma tutto, Ragazzi, tutto non ha lontanamente il sapore né dei nostri crostacei, né dei nostri  frutti di mare: sembra di mangiare carni senza essenza, senza il profumo e la fragranza che le  nostre delizie del Mediterraneo offrono all’olfatto e al palato; e poi non c’è il limone (a meno  che non si voglia spremere su un’ostrica senza sapore un lime con un sapore lontanissimo dal  nostro agrume regale!) e non c’è il vino, a meno che non si sia disposti a pagare le cifre  esorbitanti necessarie ad avere una bottiglia di sconosciutissimi produttori d’oltre oceano,  notoriamente ignoranti di vino e di materie prime per “costruirlo”! Bangkok: città  ammaliante, cosmopolita, religiosissima, proiettata nel futuro, legata alla tradizione più  assidua, punto di partenza e di arrivo di ogni commercio, spiritualmente evoluta e arretrata;  insomma, tutto indietro nel passato e tutto avanti nel futuro, la contraddizione per eccellenza.  Sapevo, per averlo visitato più e più volte, del mercato galleggiante sul fiume, ma questa volta  non ho voluto visitare nuovamente la meta turistica affollata dei mille e mille viaggiatori che si  riversano tra i palchetti e le barche che affollano il mercato più “rigirato” del Mondo; così ci  siamo alzati alle 6,30 Toti ed io, alle 7 siamo saliti sul Taxi che avevamo prenotato e siamo  partiti alla volta di un mercato a 90 chilometri da Bangkok; e alle 8,30 eravamo sul posto  assieme ai primi tailandesi con le borse della spesa. Diversamente dal mercato “turistico” di  altri visitatori stranieri ne abbiamo incontrati più o meno una dozzina, ma ciò che era offerto  spaziava dall’aglio al latte di gallina (!), dai tappeti di giunco alla frutta più sgargiante e  sconosciuta mai veduta prima in nessuna parte del mondo, dai serpenti vivi (tenuti in ceste  intrecciate e mostrati agli eventuali compratori) ai dolci caldi cotti a bordo delle lunghe e  affilate piroghe spinte da un solo remo, dai fiori recisi o in vaso alla carne soprattutto di pollo  ma anche di coccodrillo, dalle spezie profumate ai vestiti (credo si chiamino sarong) per le  massaie che si aggiravano tra i banchi sugli argini del corso d’acqua, dalle banane fritte agli  spaghetti sottili e nivei di soia; insomma, non c’era nulla che non si potesse trovare su quelle  imbarcazioni o sui banchetti traballanti sulle rive; e, ad ogni trenta o quaranta metri, un altare  con le offerte di cibo e bastoncini di essenze profumate che bruciavano in onore delle loro  Divinità. E tutti, venditori e compratori, sempre sorridenti. E non potevo non sorridere  anch’io, guardando giù Bangkok allontanarsi dietro l’oblò del rientro.  Eugenio Caccetta