Al rientro da Aqaba mi è difficile riversare sulla carta le sensazioni che ho provato durante  questo soggiorno sognante in terra islamica; ho l’impressione che il mio vocabolario non  abbia le parole giuste per descrivere il fascino di quanto ho condiviso con i miei splendidi  compagni di viaggio.Ci siamo riuniti all'aeroporto Leonardo da Vinci un pò prima  dell’imbarco su un modernissimo Jet della Royal Jordanian che in poche ore (già piene di  frizzi tra noi) ci ha trasportati ad Amman e poco dopo ad Aqaba. La cena ci ha fatto  "incontrare" con le prime spezie e qualche lingua è rimasta bruciacchiata...poi di corsa nelle  nostre stanze; Santo, che non voleva rimanere lontano dal gruppo troppo a lungo, ha  cominciato a telefonarci esprimendo con sonore pernacchie la felicità di iniziare ancora una  volta un sogno nuovo tutti insieme. La prima immersione in questo sempre mirabile Mar  Rosso ci ha fatto incontrare con una scogliera pullulante di minuscoli pesci colorati e  indaffarati; negli anfratti i "pesci scorpione" si muovevano accennando appena piccoli  movimenti con le loro splendide pinne mentre, appena girata la testa, ci vedevamo osservati e a volte perfino aggrediti dai pesci pagliaccio a guardia dei loro anemoni dai lunghi capelli.  Ogni tuffo in quel mare turchese e limpido ci ha riservato la sorpresa di incontri sempre  diversi; Nuccio ha "afferrato" una tartaruga che lo ha trascinato per qualche metro prima  di riuscire a divincolarsi ed andar via inaspettatamente veloce come un siluro (e io avevo già terminato il rullino!); Roberto e Livio sono stati circondati da un branco di barracuda che,  all’unisono, hanno piroettato loro intorno. Con la macchina fotografica pronta a scattare mi  avvicino guardingo ad una murena che si ritrae timidamente nella sua tana; nella speranza  di farla uscire provo a stuzzicarla con l’aeratore, ma quella, veloce come un cobra, mi  addenta e mi ferisce profondamente due dita pur attraverso il guanto; e dire che credevo di  essere un esperto di cose di mare! Mi sono consolato dirigendomi sanguinante verso un  relitto affondato proprio per costituire un punto d’interesse per i sommozzatori; è  stupefacente vedere quanta vita si è concentrata tra le lamiere: alcionari dai magnifici e  teneri colori, fitti boschetti di gorgonie, miriadi di pesci occupati a cercare e a cercarsi, pesci palla irritati e gonfi con i quali abbiamo giocato a palla a volo subacquea al cospetto di una  formazione di stupendi dentici dall’argentea livrea. Ma questo viaggio non è stato bello solo  per lo spettacolo sempre affascinante del Mare; abbiamo visitato Wadi Run e Petra. Wadi  Run è una località nel deserto giordano che per la particolare posizione è stata punto di  incrocio delle carovane già prima della venuta dei Romani; in questi luoghi si svolse anche  l’epopea di Lawrence d'Arabia, e proprio nel giardino della sua casa ci siamo fermati prima  di salire sui fuoristrada per inoltrarci nel deserto; i folli autisti delle vecchie Toyota, in gara  tra di loro, ci hanno condotto lungo piste a volte polverose, altre precipiti verso la vallata,  ma sempre ammalianti per la bellezza dello spettacolo che solo il deserto, vi assicuro, può  offrire: rupi scoscese scavate dall’aggressione del vento e distese dorate e scintillanti sotto un cielo di un azzurro incomparabile; e poi l'odore, una sorta di aroma sottile e  particolarissimo del quale non si può dare alcuna descrizione o indicare un paragone tra gli  altri sentori conosciuti: è il profumo del deserto. Dopo la corsa forsennata, tra sorpassi col cuore in gola e sfide sulle erte di sabbia  ammirando il tramonto sulle lontane cime tormentate, ecco apparire la tenda beduina nella  quale ci siamo fermati. E lì, intrigante, la musica-nenia cantata da due arabi dai tratti  somatici inconfondibili, perfettamente in tema con l'oscurità che ci avvolgeva; il narghilè ed  il suo aroma di tabacco forse trattato con una droga leggera e insinuante, ha fatto luccicare  nella penombra gli occhi di tutti, rosse le gote e brillanti i denti di un sorriso che non ci ha  lasciato per ore. Fuori della tenda, in un freddo rigido e secco, il cielo era vicinissimo,  ricamato con un numero enorme di stelle luminose di una luce liquida mai vista. In cinque  siamo rimasti a dormire sotto quella tenda; la nostra guida ha sistemato sulla sabbia alcuni  vecchi materassi e ci ha distribuito antiche coperte tessute a mano; sdraiati intorno al fuoco  abbiamo bevuto il tè e chiacchierato sottovoce ascoltando lontani versi di animali solitari,  mentre il profumo del tabacco si addensava nell'aria: e così vecchi ricordi si sono  materializzati come in sogno e ci siamo ritrovati tessuti insieme nel drappo dai mille colori  delle nostre vite remote. Nel rombante silenzio che riempiva la testa ancora perduta nel  sogno di quella dolce e pacata esperienza, il sonno è venuto a fatica. Prima che l'alba  spuntasse, ci siamo alzati ed abbiamo caricato le nostre macchine fotografiche per rubare la  prima luce; dietro i nostri fiati fumosi la pallida falce della luna ha pian piano ceduto il  passo al timido arancio e poi al rosso infuocato del sole in quel grandioso palcoscenico che è il deserto, mentre il canto-preghiera del muezzin si librava lontanissimo. Quando siamo  andati a Petra un po’ tutti avevamo qualche notizia e ci aspettavamo di vedere cose  bellissime. Appena giunti il primo stupore al cospetto della grande distesa nella quale  c'erano forse duecento cavalli tutti bardati con colori vivaci: erano il mezzo di trasporto  necessario per arrivare fino alla millenaria città Nabatea. Montiamo, emozionati, e ci  inoltriamo nella stretta gola scavata dalle acque da un tempo indecifrabile: tutti noi  conosciamo le gole dell’Alcantara, ma provate adesso a immaginarle alte sessanta metri e  lunghe un paio di chilometri, con le pareti in alcuni tratti colpite dal sole colorarsi di cento  tonalità tra l’ocra e il rosso. E poi improvvisamente la facciata incombente di un tempio  enorme, el-Khazneh, alto Dio solo sa quanto; alcuni turisti ai piedi delle colonne sembravano formiche; tutto il monumento è stato scavato in una parete a picco di roccia calcarea  durante cento anni da migliaia di uomini, molti dei quali hanno bagnato con il loro sangue  quest’incredibile meraviglia. Nei primi minuti trascorsi sotto quest’enorme ma agilissima  scultura, siamo tutti più sconvolti che stupiti, ci guardiamo attoniti e ci rivolgiamo domande  mute con gli occhi sbigottiti. Non c'è nulla che possa essere paragonato a quest’opera  ciclopica ed elegantissima, neppure le piramidi che si ridimensionano a perfette figure  geometriche senza la bellezza, l’anima e l’armonia delle linee del tempio sotto il quale mi  sono sentito un granello di sabbia in adorazione. Più oltre, dove la gola si allarga in  un’ampia vallata, i fianchi delle colline sono scavati con decine di tombe e di are sacrificali:  tocchiamo il fondo dei pozzetti per la raccolta del sangue dei sacrifici e ci proiettiamo  indietro di duemila anni per assistere ai momenti roventi del culto crudele e feroce. Ai piedi  di una collina l’immancabile anfiteatro romano, segno onnipresente e indelebile della  conquista italica anche in quei lontani confini del Mondo. Assorto e sovrastato da tanta  antica grandezza, vedo arrivare al galoppo sfrenato un gruppetto di cavalieri arabi con i  volti aperti dal sorriso, e la mia mente per un attimo rimane sospesa, poi in una nuvola di  polvere quelli mi passano accanto ed io rientro in me e inizio il ritorno verso casa...   Eugenio Caccetta